giovedì, gennaio 31, 2008

Kamasutra a sinistra

di Fausto Carioti

Il kamasutra politico che la sinistra sta esibendo in piazza in questi giorni si spiega solo con la disperazione più nera. Prendiamo la Cei, la Conferenza dei vescovi italiani. Ogni volta che qualcuno dei suoi esponenti parla contro l’aborto, cioè parla di vita, argomento - comunque la si pensi - dalle profondissime implicazioni etiche, a sinistra iniziano a perdere bava dalla bocca. I prelati sono accusati di ingerenza nella politica italiana. Vengono trattati alla stregua di rappresentanti di uno stato estero: tutt’al più possono guardare, purché lo facciano in silenzio. Poi, però, succede che la stessa Cei, tramite il suo segretario generale, monsignor Giuseppe Betori, “esorti” tutti i soggetti della politica a non portare il Paese alle urne e a dar vita a un governone frutto di «un accordo tra le parti». Che poi è quello in cui spera la sinistra. Ora, qui non sono in ballo né l’etica religiosa né il diritto alla vita. Si tratta di decidere quando andare al voto e con quale legge elettorale, e nessuna delle soluzioni possibili viola i dieci comandamenti. Insomma, se c’è stata un’occasione in cui i vescovi hanno messo bocca nelle vicende della politica italiana più distanti dal magistero della Chiesa, è stata questa. Però stavolta nessuno li accusa di indebita ingerenza negli affaracci nostri.

Al contrario: la richiesta di Betori (avesse parlato di aborto o coppie omosessuali il suo sarebbe stato ovviamente un “diktat”) è rilanciata da leader e peones della sinistra ed è fatta propria, in prima pagina, dall’Unità. La situazione è grave, il momento è solenne, e davanti al rischio di vedere gli italiani in fila per votare (esercizio notoriamente pernicioso per la democrazia) i compagni chiamano a far parte del pueblo unido i vescovi di Santa Romana Chiesa: hasta la victoria.

Il fondo lo hanno toccato con le associazioni d’impresa. Se la Confindustria di Luca Cordero di Montezemolo e la Confcommercio premono per non andare al voto, qualcosina vorrà dire. Ad esempio che in certi ambienti fa molto più comodo avere come interlocutore un governicchio logorato e screditato che un esecutivo appena uscito vincente da una tornata elettorale. Col primo, infatti, possono permettersi lussi che il secondo non consentirebbe. Certo, a sinistra tutto questo lo sanno. Ma se ne fregano. Così sbandierano alto l’appello firmato da Confindustria, Confcommercio, Confartigianato e Confqualsiasicosa per non andare al voto: come d’incanto padroni che fino al giorno prima davano paghe da fame agli operai facendoli lavorare in fabbriche-obitorio e odiati bottegai strangolatori del popolo si trasformano nelle avanguardie della parte sana della società civile. «C’è una larga fetta di Paese, quella produttiva, quella che lavora, che non vuole elezioni», annuncia l’Unità con toni da epica partigiana.

I confini della nuova Stalingrado difesa dal commissario del popolo Giorgio Napolitano sono chiari: ingoieranno qualsiasi cosa, ma non le elezioni. Lo spessore morale e politico di certe argomentazioni è riassunto benissimo in un articolo di Paolo Flores D’Arcais, apparso sempre sull’Unità. Con il quale il quotidiano fondato da Antonio Gramsci propone di far fare il nuovo governo a Luca Cordero di Montezemolo. «A me non piacerebbe affatto», assicura D’Arcais. «Ma a Berlusconi piacerebbe ancora meno. Con quasi quattro mesi di esposizione mediatica massiccia, e con il discredito di cui gode l’intero ceto politico, il governo di un centro confindustrial-sindacal-ecclesiale (Pezzotta e il suo family day, nuove leve alla Marcegaglia e tecnocratici del calibro di Mario Monti), che al momento di presentare le liste diventasse Partito, toglierebbe al Cavaliere la maggioranza dei suoi elettori. E per Berlusconi, politicamente, sarebbe la fine». Capito il livello? Chi se ne frega del povero Romano Prodi e del suo progetto, ormai già rottamato. Chi se ne sbatte della democrazia, dei partiti, degli operai, degli atei, delle abortiste e di tutti quei pirla che hanno votato per la sinistra. Andassero tutti a quel paese, usiamo il loro voto per mettere al governo i loro avversari, che mai si sono presentati in una qualsiasi elezione. Tutto è possibile, anche l’indecente: basta che non si torni a votare. Se non fosse per il compagno Montezemolo, che non ha alcuna intenzione di prendere i pomodori in faccia per fare un piacere a D’Arcais e ai suoi consimili, l’accordo sarebbe già chiuso.

L’ex direttore del Manifesto Riccardo Barenghi ci scherza su e, sulla Stampa, scrive che Napolitano, pur di evitare le elezioni anticipate, presto si giocherà il suo vero asso nella manica: l’incarico a Silvio Berlusconi. Molto divertente, ma tutt’altro che surreale. L’uomo più vicino a Prodi, il suo consigliere economico Angelo Rovati (quello del pasticciaccio Telecom), nei giorni scorsi ha candidato Gianni Letta, cioè l’alter ego del Caimano, alla guida di un governo per le riforme: se non è una barzelletta questa. Mentre Rosy Bindi, che pure a sinistra qualcuno spaccia per una delle grandi risorse latenti della gauche italienne (e anche questo dà da pensare), dopo aver detto (Corriere della Sera del 28 gennaio, mica un mese fa) che loro non potranno «mai più allearsi» con «Mastella, Dini, Fisichella e Turigliatto», ora è lì che difende il governo Marini. Che, se mai si farà, si reggerà proprio sulle fragili spalle di quei senatori su cui lei ha riversato tutto il suo disprezzo. E poi se la prendono con Berlusconi e la Cdl perché non vogliono fare un governo assieme a loro. Ma come si fa a dare credibilità a gente simile? Dinanzi a questi, persino gli esponenti del centrodestra sembrano titani della politica, campioni di coerenza. Al voto, al voto.

© Libero. Pubblicato il 31 gennaio 2008.

Etichette:

mercoledì, gennaio 30, 2008

Fiera del libro: appello contro il boicottaggio culturale ai danni di Israele

Questo è il testo dell'appello proposto da Libero contro l'ultimo, vergognoso boicottaggio culturale ai danni dello Stato d'Israele, stavolta in atto a Torino. Chi vuole firmarlo può farlo inviando il proprio nome e cognome a questo indirizzo email. I nomi dei firmatari saranno pubblicati su Libero.
Da qualche settimana è in atto una campagna di boicottaggio della prossima Fiera del Libro di Torino (8-12 maggio 2008). La presenza dello Stato d’Israele come ospite d’onore, in occasione dei sessant’anni dalla sua fondazione, è stata strumentalmente interpretata come uno schiaffo alla causa palestinese. Parte degli scrittori arabi intende declinare l’invito degli organizzatori, per evitare il confronto coi colleghi israeliani. La protesta è stata subito supportata da associazioni italiane da sempre schierate contro.

Esprimiamo solidarietà agli scrittori israeliani, e siamo spiacevolmente sorpresi dagli scrittori arabi incapaci di capire che la cultura è innanzi tutto confronto, anche duro, di opinioni contrastanti. Li invitiamo a venire a Torino, a non sottrarsi alla parola, a non diventare, proprio nel loro compito di “intellettuali”, triste esempio d’intolleranza e settarismo, e ricordarsi che nei loro stessi Paesi, dove purtroppo la libertà è spesso ancora un’utopia, ci sono scrittori colpiti da censure e condanne a morte proprio per la loro parola, i quali hanno avuto (come nel caso di Salman Rushdie, Ibn Warraq, Talisma Nasreen, Maryam Namazie e molti altri) il nostro appoggio, la nostra condivisione, la nostra difesa anche materiale.

Sottrarsi è una scelta perdente e vile, e non offende solo Israele, offende noi tutti e i nostri valori: la libertà del confronto è il fondamento della democrazia in cui crediamo, contro le feroci ideologie che sono alla base degli orrori totalitari del XX secolo, che hanno segnato nel profondo l’Europa e il mondo, che continuano a diffondersi in Medio-Oriente, e contro le quali lo Stato d’Israele, con la sua tragica storia e con la sua democrazia, continua a essere il baluardo e il simbolo più vivo.
Per firmare l'appello.

Etichette:

martedì, gennaio 29, 2008

La farsa del governo dei migliori

di Fausto Carioti

Siccome fantasticare a voce alta non costa nulla, in questi giorni politici e osservatori si sbizzarriscono a ipotizzare scenari surreali di due tipi, riconducibili sotto l’etichetta di “governo dei migliori”. Il primo tipo è la variante preferita dai cosiddetti “poteri forti” e da quella parte della sinistra che, pur di evitare il voto in primavera, sarebbe pronta a mandare persino Gianni Letta a palazzo Chigi. Un gruppo di “illuminati” (di norma personaggi che non vincerebbero un’elezione manco in un’assemblea condominiale, ma fa niente) prende nelle mani le redini del Paese, vara quella mezza dozzina di riforme ovvie e sagge (niente di complicato, basta trovare uno che sappia l’inglese: le hanno già scritte per noi l’Economist e il Financial Times), risolve il problema dei rifiuti in Campania, trasforma l’Italia nel paese occidentale con la più alta crescita economica e quindi, tra un annetto, riconsegna il Paese - ripulito, splendente ed efficiente - alla classe politica. Secondo scenario: Berlusconi stravince le elezioni e, invece di mettere Gaetano Pecorella ministro della Giustizia, chiama accanto a sé, nel suo esecutivo, la “crème de la crème” dei “meritevoli”, che ovviamente abbonda di nomi di sinistra: il sindaco nietzschiano Massimo Cacciari, il decisionista friulano Riccardo Illy, il riformista mogio Umberto Ranieri e il solito Giuliano Amato, che essendo passato indenne dal sodalizio con Bettino Craxi a quello con Antonio Di Pietro è ritenuto in grado di sopravvivere a qualunque stravolgimento politico mantenendo intatta la sua poltrona da ministro.

Ora, anche ammesso che tali personaggi abbiano davvero le capacità che vengono loro attribuite e siano intenzionati a fare i ministri di simili governi, resta da risolvere un problema di cui nessuno parla, forse perché noiosamente tecnico: certe cose si possono fare solo trasformando l’Italia in una repubblica presidenziale o semipresidenziale, sul modello degli Stati Uniti o della Francia. Solo un capo del governo scelto direttamente dai cittadini o un presidente della repubblica eletto mediante suffragio possono permettersi il lusso di mettere alla guida di ministeri di primo livello personaggi che non rispondono ai partiti né al parlamento, ma direttamente a chi li ha scelti.

L’esempio con cui tutti si riempiono la bocca è quello di Nicolas Sarkozy. Il presidente della repubblica francese ha fatto primo ministro François Fillon, uno che Sarkozy, con poco tatto ma molta sincerità, ha definito come un suo semplice «consigliere». I ministri non li ha scelti Fillon, ma il suo “dante causa”. E Sarkozy, fregandosene dei travasi di bile all’interno del suo stesso partito, l’Ump, ha messo il socialista Bernard Kouchner a fare il ministro degli Esteri. Ad altri suoi ex rivali, tipo l’economista Jacques Attali (che fu consigliere di François Mitterand all’Eliseo), ha assegnato poltrone di prestigio. Ma Sarkozy, appunto, può fare tutto questo perché il parlamento (e, tramite esso, i partiti), non possono sfiduciarlo, e perché lui stesso ha il potere di nominare e revocare i ministri, iniziando dal premier. Volendo semplificare, l’impalcatura costituzionale francese è figlia del presidenzialismo e del decisionismo di Charles De Gaulle, mentre la repubblica italiana è il trionfo del parlamentarismo, prodotto dalla crisi di rigetto al modello dell’uomo forte, incarnato durante il Ventennio da Benito Mussolini. Due filosofie opposte, tra le quali ogni paragone è improponibile.

Eppure non c’è giorno in cui non salti fuori qualcuno che, per fare uscire l’Italia dal pantano, proponga o prometta di adottare da questa parte delle Alpi il “modello Sarkozy”, o di approdare comunque a una qualche forma di governo dei migliori o dei “più meritevoli” (definizione cara agli ambienti confindustriali). Sono gli stessi che, bene che vada, caldeggiano la riforma in senso francese della legge elettorale italiana: operazione, come si è visto nei giorni scorsi, già di per sé impossibile, almeno nel quadro politico attuale. Nessuno che abbia la coerenza di dire che, per arrivare a risultati paragonabili a quelli parigini, occorre fare molto di più: bisogna archiviare la paura dell’uomo forte e stracciare buona parte della costituzione italiana. Per inciso: non sarebbe nemmeno una cattiva idea. Se ne potrebbe parlare in un prossimo futuro, se solo qualcuno avesse il coraggio di proporla.

© Libero. Pubblicato il 29 gennaio 2008.

Etichette: , ,

venerdì, gennaio 25, 2008

Par condicio

di Fausto Carioti

Ora aspettiamo dalle Procure le trascrizioni delle telefonate, così le pubblichiamo per esteso. Vogliamo la registrazione dei colloqui: la mettiamo sul sito web di Libero, e magari troviamo un amico che ci monta sopra una bella canzoncina rap. Ci attendiamo che qualche magistrato, uno dei tanti in perenne stato d'allarme per la degenerazione della cosa pubblica, senta il bisogno di vederci chiaro. Infine, un bel servizio speciale del sempre inappuntabile Tg1, da mandare in onda in prima serata. Insomma, confidiamo nella stessa attenzione giudiziaria e mediatica che è toccata a Silvio Berlusconi quando è stato pizzicato a raccomandare (invano) quattro attricette al direttore di Rai Fiction, Agostino Saccà. Peccato che rimarremo delusi: essendo il protagonista di questa vicenda Romano Prodi, si può scommettere sin d’ora che nulla di questo accadrà.

Eppure la storia merita. È la sera di mercoledì 23 gennaio. Già da qualche giorno Prodi sta facendo numeri da circo, abbondando in promesse a tutti i senatori indecisi pur di convincerli a votargli la fiducia. In questi casi le indiscrezioni abbondano e, come sempre, su cento “boatos” che girano a Palazzo Madama, se ne rivelano fondati sì e no una decina. Uno di questi, però, pare avere più fondamento degli altri. Il deputato di An Maurizio Gasparri ha ricevuto qualche informazione di prima mano. Scrive di getto un’interrogazione piuttosto documentata, che fa il giro delle redazioni. Qualcuno (tipo Libero) la pubblica. Altri preferiscono ignorarla. Gasparri chiede a Prodi e al ministro delle Politiche agricole, il prodiano Paolo De Castro, «se risponde al vero la notizia che proprio ieri nei confronti del signor F.B., strettissimo collaboratore del senatore dell’Udeur Stefano Cusumano, sia stata disposta un’assunzione, o una collaborazione, da parte dell’agenzia Agecontrol, dipendente dal ministero delle Politiche agricole e forestali».

Per capirsi: Agecontrol è la società incaricata di controllare che i prodotti ortofrutticoli freschi siano messi in commercio nel rispetto della legge. È posseduta interamente dall’Agea, l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura, un carrozzone pubblico che ha il compito di gestire i finanziamenti europei agli agricoltori italiani. L’Agea, a sua volta, è controllata dal ministero di De Castro, che è professore a Bologna, ha ricoperto incarichi in Nomisma ed è uno degli uomini storicamente più vicini a Prodi. Quanto a Stefano Cusumano, detto “Nuccio”, classe 1948, parlamentare di vecchia data, è uno dei tre uomini dell’Udeur presenti in Senato. È stato eletto in Campania. I rumors di palazzo lo inseriscono tra color che son sospesi. Il leader del suo partito, Clemente Mastella, ha deciso che l’Udeur, in Senato, voterà “no” alla mozione di fiducia voluta dal governo. Per Prodi è una condanna a morte. Ma Cusumano tentenna. Tratta con il premier e i suoi emissari. I quali, alla fine, lo convincono. Tanto che, nella serata di ieri, il senatore annuncia - tra gli insulti di quelli che ormai sono i suoi ex compagni di partito - che voterà la fiducia al governo.

«Scelgo il campo difficile della coerenza, della coscienza, della responsabilità», dice Cusumano spiegando in Aula il suo gesto, che arriva al termine di dodici anni di più o meno onorata carriera politica passata al fianco di Mastella senza mai avere nulla da eccepire sull’operato di Clemente. Solo che nel frattempo è arrivata anche la dichiarazione del presidente di Agecontrol, Cesare San Mauro. Il quale non solo conferma che mercoledì 23 gennaio è stato assunto presso la sua agenzia «un dipendente che attualmente svolge le funzioni di segretario particolare del senatore Stefano Cusumano», ma tiene anche a precisare che «tale decisione è stata presa dal direttore generale della società in assenza di preventiva informazione al presidente stesso e tanto più in assenza di preventiva autorizzazione da parte del presidente o, per quanto ad egli risulti, da parte di alcuno dei componenti del consiglio di amministrazione». San Mauro promette che ogni «responsabilità» sarà subito individuata.

Riassumendo. Nelle stesse ore in cui Cusumano trattava con il presidente del Consiglio per rompere con il suo partito e votare la fiducia al governo, una persona a lui assai vicina veniva assunta in fretta e furia da un ente pubblico controllato da un ministro legatissimo a Prodi, con una procedura che gli stessi vertici di Agecontrol ritengono del tutto anomala e meritevole di indagine. Per carità, magari è solo una coincidenza. Però sarebbe interessante andarci a fondo. Così, tanto per dissipare ogni dubbio. Del resto Berlusconi, raccomandatore fallito di giovani attrici, è stato indagato a Napoli per tentata corruzione. A un primo sguardo, la faccenda venuta alla luce ieri non pare poi così diversa. Chissà se a Roma c’è un giudice.

© Libero. Pubblicato il 25 gennaio 2008.

Etichette:

giovedì, gennaio 24, 2008

Prodi e la fiducia al Senato: è finita

E' finita: 161 voti contrari alla fiducia (ai quali bisogna aggiungere un astenuto), 156 favorevoli.

Romano Prodi lascia una sinistra in macerie. Ridotta ai minimi storici dai sondaggi (e la figura rimediata oggi la penalizzerà ulteriormente). Dilaniata dalle faide tra gli ormai ex alleati. Divisa persino all'interno del suo partito più forte. Guidata da un uomo, Walter Veltroni, la cui leadership appare già compromessa.

Anche il centrodestra ha i suoi bei problemi. Il fallimento clamoroso della sinistra al governo li maschera, ma di sicuro non li cancella.

Ne parleremo nei prossimi giorni. Nunc est bibendum.

Etichette:

Prodi e la fiducia al Senato: una mano di conti - 3 (L'ipotesi più favorevole a Prodi)

Come previsto, nelle ultime ore Romano Prodi ha fatto di tutto per riconquistare voti tra i senatori intenzionati a non votargli più la fiducia. Basterà a farlo uscire vincente dal verdetto che sarà emesso tra poche ore? Vediamo come potrebbe andare a finire. Non nella ipotesi più probabile, ma nella ipotesi più favorevole al premier. E fate attenzione, perché in queste ore, anche al Tg1, si cavalca ogni voce, anche la meno attendibile, pur di far credere che il governo la spunta. Atteniamoci invece alla fredda logica dei numeri.

Il totale dei senatori è 322 (315 eletti + 7 senatori a vita). A questo numero occorre sottrarre il presidente Franco Marini, il senatore eletto all'estero Luigi Pallaro e il senatore a vita Sergio Pininfarina, i quali, per ragioni diverse, sicuramente non parteciperanno alla votazione. Ne restano 319.

Di questi, voteranno sicuramente "no" alla fiducia i 156 senatori del centrodestra, due senatori su tre dell'Udeur (Clemente Mastella e Tommaso Barbato), Lamberto Dini e l'ex rifondarolo Franco Turigliatto. Il totale fa 160. Memorizzate questo numero: da qui non ci schiodiamo, si può solo andare sopra.

Non voterà sicuramente la fiducia Domenico Fisichella. Nell'ipotesi più favorevole al governo, egli non voterà contro Prodi, ma uscirà dall'aula (abbassando così il quorum).

Restano in aula, quindi (se Fisichella esce), 318 senatori, compresi i sei senatori a vita residui. Tolti i 160 che voteranno sicuramente "no" alla mozione di fiducia, ne rimangono 158. Inclusi molti orientati a non votare la fiducia o fortemente indecisi, tipo Roberto Manzione o Willer Bordon. Il che potrebbe significare che: a) votano contro Prodi, come dovrebbe fare il diniano Giuseppe Scalera, oppure si astengono (ipotesi più sfavorevole al premier); b) escono dall'aula (ipotesi più favorevole a Prodi).

Bene, non arrovelliamoci troppo e ipotizziamo pure che tutti, ma proprio tutti questi indecisi e tendenzialmente contrari, siano stati riconquistati da Prodi, con i mezzi che possiamo intuire. Assegnamo pure, in altre parole, tutti i 158 voti restanti al governo. Prodi sarebbe comunque spacciato: 160 voti contrari, 158 a favore. I numeri sono questi. Il resto è solo fuffa e propaganda.

Etichette:

mercoledì, gennaio 23, 2008

Prodi e la fiducia al Senato: una mano di conti - 2

Rispetto allo scenario base di ieri sera, nella giornata di oggi qualcosa è cambiato. E non in meglio per Romano Prodi. Il quale, se si recherà al Senato per chiedere la fiducia (la seduta è convocata alle ore 15 di giovedì, la votazione è prevista in serata) rischia ora di perdere con uno scarto notevole. Vediamo perché.

Il "no" alla fiducia chiesta da Prodi dovrebbe arrivare dai 156 senatori del centrodestra (se saranno tutti presenti, come pare), ai quali è previsto che si aggiungano i tre senatori dell'Udeur (oggi hanno fatto sapere che voteranno "no"), l'ex rifondarolo Franco Turigliatto e - sono le novità di oggi - il senatore indipendente ex Margherita (ed ex An) Domenico Fisichella e due senatori del gruppo di Dini: lo stesso Lamberto e Giuseppe Scalera. Il totale fa nientemeno che 163. Voci insistenti hanno dato per probabile il rientro di uno dei senatori dell'Udeur (il nome è ininfluente) nelle file del centrosinistra, con conseguente voto in favore della fiducia al governo. Ma un esponente dell'Udeur che salta sulla barca che affonda è una creatura non data in natura. E comunque queste voci sono state smentite in modo abbastanza convincente.

Al centrosinistra, a questo punto, escludendo il presidente del Senato Franco Marini (che per prassi non vota) e il senatore a vita Sergio Pininfarina, assente a causa delle sue condizioni di salute, ed includendo nel conto tutti gli altri senatori a vita, resterebbero 157 voti. Che probabilmente diventeranno 156 a causa dell'assenza del senatore eletto all'estero Luigi Pallaro, il quale a farsi quindici ore di volo per puntellare un governo morto non ci pensa proprio.

Al momento, dunque, l'esito più probabile della contesa è di 163 voti contro la fiducia chiesta da Prodi e 156 voti in favore del governo. Prodi passerà l'intera nottata cercando di "recuperare" i voti mancanti (deve provare a convincere, con i metodi che è facile intuire, 4 senatori contrari a dargli la fiducia). Forse ha margini per spingere Dini e Scalera a passare dal "no" all'assenza dall'aula, ma per spuntarla gli ci vorrà ben altro. Se al momento della conta i numeri saranno ancora questi, o comunque molto simili, ci penserà due volte prima di andare a farsi umiliare in Senato.

Etichette:

Berlusconi pronto al grande slam

di Fausto Carioti

La cozza Prodi resta attaccata allo scoglio di palazzo Chigi, ma con il mare a forza 12 non resisterà molto. Questione di giorni, forse di ore: se domani il voto al Senato finisce in parità, come indicavano ieri sera i bookmakers di palazzo Madama, la mozione di fiducia è bocciata e il governo è kaputt. Gianfranco Fini sembra essere uscito dalla macchina del tempo quando dice ai vecchi partiti della Cdl: «Andremo al voto tutti insieme come alleati e con Berlusconi candidato premier». Come se negli ultimi mesi nulla fosse accaduto. Né i fischi dei dirigenti di An a Sandro Bondi e Fabrizio Cicchitto, né lo strappo del Cavaliere che nel giardino di Arcore si è ricostruito una Cdl tutta sua e l’ha chiamata partito delle libertà, né gli stracci volati in pubblico nelle settimane seguenti (siamo alle «comiche finali», disse Fini quando il leader di Forza Italia iniziò a parlare di riforme elettorali con Walter Veltroni). L’Udc dà sempre l’impressione di tirarsela, ma il suo segretario, Lorenzo Cesa, ieri ha spedito il messaggio tranquillizzante che si attendevano a palazzo Grazioli: «La nostra collocazione è chiara». Insomma, non ci vuole molto a capire chi è che qui rischia di stravincere la partita: il suo nome inizia con “Berl” e finisce con “usconi”.

Solo pochi giorni fa, gli alleati accusavano il Cavaliere di avere danneggiato l’intero centrodestra inseguendo il sogno della spallata impossibile. Persino un lettore attento della situazione politica quale è Umberto Bossi non credeva alla caduta di Prodi. Ora, alla spallata credono tutti. Gli stessi ultrà del premier fanno la conta dei numeri al Senato e ammettono che solo un miracolo può salvare il governo - e visti i rapporti di Prodi con gli emissari dell’Altissimo in Vaticano, è improbabile che qualcuno interceda per lui. Come per magia, appena il governo ha iniziato a puzzare di morto, la Cdl si è ricomposta ed è riapparsa in pubblico, viva e quasi vegeta. Il diktat berlusconiano di piazza San Babila, prendere o lasciare il partito unico del centrodestra così come annunciato dal predellino della Mercedes? Niente di così grave. La questione della leadership? Secondaria, l’importante è far cadere Prodi e mostrarsi uniti davanti agli elettori. E il Caimano se la ghigna.

Certo, se Prodi va a casa, Berlusconi, oltre che alla propria ostinazione, dovrà dire grazie anche a un quadro astrale favorevole. L’azione congiunta del magistrato Mariano Maffei, procuratore di Santa Maria Capua Vetere, e della Corte Costituzionale, che ha dato il via libera ai referendum elettorali di Mario Segni e Giovanni Guzzetta, ha innescato l’effetto domino che ora punta a travolgere il Professore. Una bella mazzata alla maggioranza l’ha data anche Veltroni, annunciando che il Pd si presenterà da solo alle prossime elezioni, «qualunque sia il sistema elettorale». Voci malandrine, che girano anche in ambienti dalemiani, attribuiscono questa uscita ai colloqui che il sindaco di Roma aveva avuto nei giorni precedenti con il leader di Forza Italia, il quale gli aveva prospettato l’ipotesi che il partito delle libertà si candidasse da solo: le due forze politiche avrebbero combattuto ad armi pari per la conquista del premio di maggioranza. Fosse vero che Veltroni ci ha creduto, i magistrati dovrebbero inviare un nuovo avviso di garanzia a Berlusconi, stavolta per circonvenzione d’incapace. Resta il fatto che il Cavaliere appare in netto vantaggio anche nei confronti di Veltroni: già l’impresa del Pd sarebbe improba contro il solo partito di Berlusconi. Ma davanti all’intera Cdl a ranghi compatti, non ci sarebbe match: il partito democratico finirebbe asfaltato.

Tutto questo ha un prezzo. Anzi, due. Andare al voto subito con una riedizione della vecchia Cdl, come Berlusconi dice ufficialmente di voler fare (l’unica differenza sarebbe il partito della libertà al posto di Forza Italia), e con l’attuale legge elettorale, significherebbe esporsi agli stessi pericoli che hanno condotto Prodi sul viale del tramonto anticipato. I conteggi che Berlusconi sta facendo in questi giorni gli prospettano una vittoria in Senato con un margine di quindici senatori (165 eletti per il centrodestra, 150 per il centrosinistra). Molti più di quanti ne abbia mai avuti Prodi, ma non quanto basta per sentirsi al riparo dalle imboscate, anche perché con lui i senatori a vita saranno assai meno amichevoli che con Prodi. Insomma, Berlusconi rischierebbe di trovarsi a capo di un governo instabile sottoposto al continuo ricatto dei “nanetti”. Con tutti i danni che questo comporterebbe anche per il Paese. Sarebbe la fine ingloriosa di una carriera politica fenomenale.

Il secondo prezzo che Berlusconi pagherebbe sarebbe quello di non poter contare sulla prossima legislatura, che sondaggi alla mano dovrebbe essergli favorevole, per arrivare al Quirinale. Il mandato di Giorgio Napolitano, infatti, scade nel maggio del 2013. Il suo successore potrà essere eletto dal prossimo parlamento solo se le nuove elezioni politiche si terranno nel 2009 o negli anni seguenti. Il leader del centrodestra, quindi, sulla carta ha un motivo in più per prendere tempo.

Perciò Berlusconi sta riflettendo se non gli convenga cambiare strategia in corsa. In questi giorni non fa che ripetere la richiesta di elezioni immediate. Lo fa perché così tranquillizza e ricompatta al suo fianco la Lega e l’Udc, le quali preferiscono andare al voto con la legge attuale piuttosto che con quella che uscirebbe dalla consultazione popolare. Il voto immediato in funzione antireferendaria rappresenta un argomento interessante anche per Rifondazione comunista, che in queste ore non pare troppo affranta al pensiero di dover rinunciare a Prodi (il segretario, Franco Giordano, ha già fatto sapere che intende «disinvestire dal governo»). Ma, appena silurato il suo rivale, per Berlusconi inizierà un’altra partita. Pressato dal presidente della repubblica, che gli chiede di darsi da fare per le riforme, e allettato dalla disponibilità di Veltroni, che a giorni dovrebbe presentargli una nuova proposta di legge elettorale, meno proporzionale e più favorevole ai grandi partiti, non è escluso - spiega chi gli ha parlato in queste ore - che accetti di appoggiare un governo tecnico-istituzionale, al quale Forza Italia possa staccare la spina in qualunque momento. Un esecutivo destinato a durare un anno e incaricato di cambiare la legge elettorale e fare alcune di quelle riforme economiche, tipo il taglio della spesa pubblica, poco gradite agli elettori. Il personaggio, del resto, è fatto così: si tiene aperte tutte le strade, e sceglie quella da imboccare solo all’ultimo minuto. Adesso, la priorità è mandare a casa Prodi. Una cosa per volta.

© Libero. Pubblicato il 23 gennaio 2008.

Etichette: ,

martedì, gennaio 22, 2008

Prodi e la fiducia al Senato: una mano di conti

Giovedì 24 gennaio, alle ore 15, il presidente del Consiglio si presenterà nell'aula del Senato. Terrà il suo concione surreale, tipo quello fatto oggi alla Camera, dirà che «tanto è stato fatto, ma molto resta ancora da fare», o qualcosa del genere, e quindi chiederà la fiducia ai senatori. Quante chance ha di sfangarla pure stavolta? Vediamo i numeri.

I senatori sono 322 (315 eletti, 7 senatori a vita). Di questi, due non voteranno: il presidente Franco Marini, che per prassi non vota, e il senatore a vita Sergio Pininfarina, il quale è scontato che sarà assente per motivi di salute.

Restano 320 senatori. Di questi, 156 fanno parte dello zoccolo duro del centrodestra (73 di Forza Italia, 37 di Alleanza nazionale, 20 dell'Udc, 12 della Lega Nord, 10 della Dc per le Autonomie, 3 della Destra, 1 - Sergio De Gregorio - degli Italiani nel mondo).

A questi 156, secondo quanto è stato annunciato dagli stessi nelle ultime ore, dovrebbero aggiungersi Clemente Mastella più i suoi due senatori e il senatore ex rifondarolo Franco Turigliatto. Il totale fa 160. E questo, se i ranghi saranno completi, è il numero minimo dei voti che dovrebbe ottenere il "no" alla mozione di fiducia.

La votazione, in questo caso (che possiamo prendere come scenario base), e assegnando a Prodi tutti gli altri voti, finirebbe 160 a 160. Un pareggio, però, solo apparente. In base al regolamento del Senato, infatti, una mozione per essere approvata deve ottenere la maggioranza. Se non la ottiene, cioè se viene bocciata o la votazione finisce in pareggio, essa è respinta. E trattandosi di mozione di "fiducia", e non di mozione di "sfiducia", sarebbe la "fiducia" ad essere respinta, e con essa il governo Prodi. Al premier non resterebbe che andare subito al Quirinale per dimettersi davanti al presidente della Repubblica.

Rispetto a questo scenario base, in favore di Prodi possono volgere a) la campagna acquisti che sta conducendo in queste ore tra i senatori border-line del centrodestra e b) le assenze, più o meno credibili, dei senatori del centrodestra. Per dire: un paio di senatori di Forza Italia sono in cattive condizioni di salute, ma si conta di prelevarli di peso e condurli al voto.

Contro Prodi, escluse improbabili emergenze dovute allo stato di salute dei singoli, può pesare l'uscita di alcuni indecisi dalla sua maggioranza (nella quale possono essere considerati anche i senatori a vita), che si manifesterebbe o con un voto contrario alla fiducia o tramite assenza. Gli ultimi rumors dicono che il "sì" di Domenico Fisichella (che nel conteggio fatto sopra è dato tra i favorevoli alla fiducia) è tutt'altro che scontato, ed è in bilico anche quello di Luigi Pallaro. Francesco Cossiga, alla fine, dovrebbe votare la fiducia, così come i sempre inquieti Lamberto Dini, Willer Bordon e Roberto Manzione.

Il dato più importante è che in base all'attuale scenario base, sebbene stilato con una certa benevolenza nei confronti del governo, la votazione finisce in pareggio, e Prodi è costretto ad andarsene a casa.

Etichette: ,

lunedì, gennaio 21, 2008

Veltroni è pronto a uccidere la bozza Bianco

di Fausto Carioti

Nel momento più delicato della legislatura, una persona sola ha il cerino in mano: Walter Veltroni. Glielo hanno messo Romano Prodi e Silvio Berlusconi, e non hanno alcuna intenzione di levarglielo. In questa settimana si capirà se il leader del Pd si brucia le mani o è in grado di gestire la situazione. Il presidente del consiglio ieri, da Bologna, gli ha dato carta bianca: «Il mio compito», ha detto Prodi, «è definire la linea di governo, non di partito. Il resto è una decisione degli organi operativi del partito». Tradotto, vuol dire che Prodi rinuncia, almeno formalmente, a difendere i “nanetti” del centrosinistra che puntellano il suo governo, e lascia Veltroni libero di inseguire le sue voglie di bipartitismo. Sia candidando il Pd da solo, senza alleati, come Walter ha detto di voler fare; sia tirando dritto su una riforma elettorale che dia al partito che vince le elezioni il controllo del parlamento. Al di là delle dichiarazioni ufficiali, infatti, la cosiddetta “bozza Bianco”, nella sua attuale formulazione, è data per morta dallo stesso segretario del partito democratico, che molto presto dovrebbe far recapitare a Berlusconi una nuova proposta, meno “proporzionale” del testo di cui si è discusso negli ultimi giorni.

Quello che Prodi pensa, per ora lo fa dire dai suoi fedelissimi, come Franco Monaco, autore ieri di un attacco durissimo a Veltroni: «Per anni abbiamo pensato e coltivato l’Ulivo come baricentro e timone di una più vasta alleanza di centrosinistra dentro un sistema bipolare. Ieri abbiamo appreso che quello di Veltroni è tutt’altra cosa. Chi e dove si è decisa tale radicale metamorfosi?». Insomma, il sindaco di Roma, anche dentro il suo partito, è un uomo solo, che gli altri mandano avanti con la speranza, nemmeno troppo celata, che si faccia del male. La battuta del senatore forzista Giorgio Stracquadanio fotografa bene la situazione: «Il Pd è un partito a vocazione maggioritaria, ma ha il problema non di non avere un segretario maggioritario».

Sull’altro fronte, quello delle trattative con Silvio Berlusconi, Veltroni paga il prezzo di dover fare il mazziere: lui ha il compito di distribuire le carte. Il leader di Forza Italia si limita a guardarle, sempre più pigramente: se gli vanno bene, continua a giocare, ma dopo aver ricordato al suo interlocutore che l’ipotesi di non raggiungere alcun accordo non lo spaventa affatto. Se mai dovesse porsi l’alternativa tra andare al voto e cambiare la legge elettorale, magari affidando un governo per le riforme a un tecnico (e tanto per cambiare gira il nome di Mario Monti), il Cavaliere punterebbe dritto sul ritorno alle urne.

Preso dai gravi problemi di salute della madre, Berlusconi ha affidato la partita con Veltroni alle mani abili di Gianni Letta e Gaetano Quagliariello. La linea è chiara: Forza Italia non è seduta al tavolo delle trattative con il Pd, non è corresponsabile delle proposte elaborate da Veltroni ai suoi. Ma si limita a riceverle e le ritiene accettabili solo se esse corrispondono a due requisiti. Primo: il nuovo sistema dovrà impedire che una forza politica minore possa essere decisiva per la sorti del governo. Secondo: il metodo elettorale del Senato non dovrà essere troppo dissimile da quello della Camera. Spiega Quagliariello: «Il nostro comportamento è stato assolutamente lineare. Abbiamo detto sì a una proposta iniziale che ci hanno fatto e abbiamo giudicato le altre ipotesi in base ai principi su cui si basava la prima proposta. È quanto continueremo a fare se saremo chiamati a valutare altre ipotesi».

La notizia di queste ore è che la “bozza Bianco”, anche nella sua seconda versione, modificata per venire incontro alle esigenze di Rifondazione comunista e Udc, può ritenersi morta e sepolta. È giudicata troppo “tedesca”, cioè troppo proporzionale, e non in grado di dare vita a maggioranze stabili. Non solo da Berlusconi. Un uomo vicinissimo a Veltroni, il costituzionalista Stefano Ceccanti, ieri l’ha bocciata senza rimedio: «Andare da soli alle elezioni significa davvero liberarsi da alleanze coatte, disomogenee, solo se il sistema elettorale, unito alle norme regolamentari e costituzionali, designa chiaramente un vincitore, funziona cioè in termini selettivi. Se invece il sistema si limita a fotografare i voti in seggi, visto che è altamente improbabile che un partito da solo ottenga la maggioranza assoluta dei voti, si finisce per realizzare alleanze coatte post-elettorali. I contenuti concreti della seconda bozza Bianco non evitano questo esito». Gli stessi veltroniani ormai ammettono di preferire, alla bozza Bianco, il sistema elettorale disegnato dal referendum, che introduce, sebbene in modo raffazzonato, un sistema basato su due partiti. Niente esclude, poi, come ricordato da Ceccanti, di rimettere mano alla legge il giorno dopo la consultazione.

Ai problemi di merito si aggiungono quelli di metodo: in commissione Affari costituzionali, dove la bozza di legge elettorale elaborata dal presidente Enzo Bianco dovrebbe essere discussa a partire da domani, si contano 14 senatori contrari e 13 favorevoli al testo. Anche se un senatore, magari di qualche “cespuglio” della sinistra, dovesse passare tra i favorevoli e ribaltare i rapporti di forza, l’ostruzionismo di Forza Italia, da solo, basterebbe a impaludare la proposta. Peraltro, regolamento alla mano, la bozza è inemendabile.

Per questo, entro pochi giorni - forse già oggi - Salvatore Vassallo e gli altri costituzionalisti del Pd dovrebbero far arrivare a Letta e Quagliariello una nuova proposta, più vicina alle esigenze di Forza Italia e degli stessi veltroniani. Quale e di che tipo, è tutto da vedere: i margini di manovra appaiono risicatissimi. Martedì i senatori del Pd incontreranno Veltroni per discutere proprio della riforma elettorale: si prevede tempesta. La bozza Bianco dovrebbe essere votata in commissione il giorno dopo, ma a questo punto è probabile che tutto slitti. Anche perché mercoledì, a palazzo Madama, si voterà la mozione di sfiducia contro Alfonso Pecoraro Scanio, che già promette abbastanza emozioni per tutti.

© Libero. Pubblicato il 21 gennaio 2008.

Etichette: , , , , ,

sabato, gennaio 19, 2008

A proposito di qultura



«Chi glielo avesse detto, a Eufronio, che si sarebbe trovato dentro al Tg1, 2.500 anni fa!». Francesco Rutelli, ministro per i Beni Culturali, al Tg1 delle ore 20 del 18 gennaio 2008.

Etichette: ,

giovedì, gennaio 17, 2008

Scalfaro, quattordici anni dopo

In modo che ognuno possa farsi un'idea chiara di quanto fosse in buona fede, quattordici anni fa, Oscar Luigi Scalfaro, conviene leggere la sua intervista pubblicata oggi sul Corriere della Sera. Parlando dell'avviso di garanzia ricevuto (con preavviso a mezzo stampa) da Silvio Berlusconi nel novembre del 1994, durante il vertice Onu sulla criminalità internazionale che si teneva a Napoli, Scalfaro, all'epoca presidente della Repubblica, oggi dice: «L'avviso di garanzia che fu recapitato a Napoli, durante il vertice dell'Onu, arrivò con un tempismo singolare. Oggi come allora la domanda è dove fosse l'urgenza. E bisogna riconoscere che anche fatti come questi, uniti a certi atteggiamenti ultradifensivistici del Csm, contribuscono ad alimentare la sfiducia nei cittadini».

Ecco, da uno che adesso dice simili cose con tanta tranquillità ti aspetteresti che le avesse dette anche all'epoca. E invece non solo non disse nulla di tutto questo - e se lo avesse fatto forse la storia d'Italia avrebbe preso una piega diversa. Non solo ebbe proprio lui, per primo, un atteggiamento «ultradifensivistico» nei confronti dei magistrati che spedirono quell'avviso di garanzia ad orologeria (il presidente della Repubblica, ricordiamolo, è anche presidente del consiglio superiore della magistratura). Ma colse la palla al balzo per completare il lavoro dei magistrati e dare il colpo di grazia a Berlusconi, invitandolo a fare il famoso «passo indietro». Solo oggi sappiamo cosa pensasse davvero di quell'avviso di garanzia. Quattordici anni dopo.

Etichette:

martedì, gennaio 15, 2008

I puffi del pensiero laico

Se il Vaticano fosse davvero come lo dipingono, si sceglierebbe nemici esattamente come loro. Ghibellini intolleranti. Timorosi del confronto delle idee. Fessi al punto da agire d'impulso e non calcolare l'esito delle loro azioni. Lettori frettolosi e confusi di cose più grandi di loro. Abituati a muoversi in gregge, seguendo stereotipi ammuffiti come le loro idee. Hanno appena ottenuto quello che volevano: Joseph Ratzinger (che qualunque cosa si pensi del papa è uno dei più importanti intellettuali contemporanei) è stato costretto a rinunciare a tenere il suo discorso all'università La Sapienza.

Bravi. E ora? Ora chi esce dalla vicenda come vincitore è proprio il pontefice, al quale i puffi del laicismo, quelli che a parole difendono la società aperta, hanno messo il bavaglio. Chi ne esce a pezzi, ancora una volta, è l'immagine del pensiero laico, i cui portabandiera sono sempre più simili a un Francesco Caruso che a un Luigi Einaudi o un Norberto Bobbio. Se ne parlerà per anni: Benedetto XVI, martire del libero pensiero. Sarebbe quasi da ridere, se non ci fosse di mezzo una cosa seria come il libero confronto delle idee.

Etichette: ,

Il Soros giusto al posto giusto

Qualcuno lo ricorderà. E' stato uno degli esempi di maggiore cialtroneria statistica degli ultimi anni. Ottobre 2006: quella che Liberazione, quotidiano di Rifondazione Comunista, definì la «prestigiosa» rivista britannica Lancet, pubblicò uno studio dal quale risultava che tre anni di conflitto in Iraq avevano prodotto nientemeno che 650.000 morti. Che lo studio fosse basato su un metodo (induttivo) all'amatriciana lo si poteva intuire sin da quando fu presentato. E infatti alcuni organi d'informazione (qui il Corriere della Sera) lo presentarono ai loro lettori con qualche cautela. Lo stesso conteggio indipendente fatto dai pacifisti di Iraq Body Count, del resto, dava risultati del tutto diversi (ancora oggi la loro stima delle vittime oscilla tra le 80.500 e le 88.000 vittime). Ma per quasi tutti l'importante era non restare indietro nella gara a chi la sparava più grossa. Repubblica scrisse che, tutt'al più, l'indagine poteva avere «un margine di difetto». Il messaggio che passò, ovviamente, fu che in Iraq stava avvenendo una strage dieci volte superiore ai calcoli fatti sino a quel momento. Pochi mesi dopo, nel marzo del 2003, il Times di Londra, interpellando numerosi scienziati, dimostrò che si trattava di una balla, ma intanto la leggenda metropolitana aveva messo radici.

L'ultimo dettaglio, quello che chiude la vicenda, è arrivato in questi giorni. A finanziare lo studio pubblicato su The Lancet fu nientemeno che il miliardario di origine ungherese George Soros, nemico della globalizzazione (proprio lui, che speculando sui cambi valutari ha fatto i miliardi), di George W. Bush e dell'intervento armato in Iraq. Delle 50.000 sterline necessarie a finanziare lo studio, Soros ne mise 23.000. Il tipo, per chi non lo conoscesse, non è abituato a spendere i suoi soldi se non sa di ottenere un adeguato ritorno.

Post scriptum. Detto questo, aggiungo pure che inserire nel conteggio "reale" (non quello di Lancet, quindi) dei morti causati dall'intervento militare in Iraq anche gli omicidi compiuti dai terroristi dopo la liberazione del paese e l'instaurazione della democrazia tornerà pure comodo a chi vuole dimostrare che la guerra in Iraq è stata il male assoluto, ma è esattamente come dare la colpa ai soldati americani e ai loro alleati degli omicidi compiuti in Italia dai fascisti dopo il 1945. Un po' di contegno, insomma.

Etichette: , ,

sabato, gennaio 12, 2008

Il caso Mark Steyn

di Fausto Carioti

In Italia il suo nome è conosciuto solo tra gli addetti ai lavori. Ma nel mondo anglosassone Mark Steyn, nato in Canada 49 anni fa, è uno degli opinionisti più famosi. Il suo ultimo libro, “America Alone”, uscito alla fine del 2006, è stato a lungo tra i bestsellers d’Oltreoceano. Vive tra gli Stati Uniti, il Quebec e Londra. Scrive - con una prosa da invidia - per una lista interminabile di quotidiani e periodici conservatori, inclusi il New York Sun e la National Review, testate assai autorevoli. Appare spesso negli show televisivi e radiofonici, dove è capace di dire verità ruvidissime facendo divertire chi ascolta. Il New York Times (che sta sulla sponda politica opposta alla sua) lo ha definito «la penna più velenosa della destra», e per lui ovviamente è un signor complimento. Lo si trova tra i “top five” ogni volta che c’è da attribuire un premio al “Conservatore dell’anno” o alla memoria di Oriana Fallaci. Insomma, è un vero e proprio opinion-leader. Da qualche settimana Steyn - il quale detesta atteggiarsi a vittima - è diventato, suo malgrado, il nuovo simbolo della battaglia per la libertà di espressione in occidente. Assieme all’editore di Maclean’s, il principale settimanale canadese, è finito davanti a due diversi tribunali per la tutela dei diritti dell’uomo. Lo hanno chiamato a processo il Congresso islamico canadese (un’associazione di lobbisti) e cinque studenti di legge musulmani. Hanno accusato Steyn di sentirsi offesi dalle cose che ha scritto sull’islam.

Notare: non lo hanno portato a giudizio davanti a un tribunale vero e proprio. Con ogni probabilità ne uscirebbero sconfitti, e lo sanno. Ma lo hanno convocato davanti a quelle istituzioni, che in Occidente si producono a getto continuo, create a difesa del politicamente corretto. Non possono mettere il bavaglio a Steyn accusandolo di aver scritto il falso? Pazienza, tanto le democrazie liberali fabbricano da sole altre corde con cui farsi impiccare. E così hanno trovato due corti, il tribunale per i diritti umani della British Columbia e la commissione canadese per i diritti umani, ben felici di servire allo scopo.

Il casus belli è stato la pubblicazione su Maclean’s, nell’ottobre del 2006, di un capitolo del libro “America Alone”. La tesi di Steyn, ridotta all’osso, è che prima di quanto si possa pensare gli Stati Uniti resteranno l’unico paese libero del mondo. L’Europa è destinata a diventare un avamposto islamico, l’Eurabia prevista dalle cassandre Bat Ye’or e Fallaci. Perché questo avvenga non serviranno né un’invasione armata né ulteriori arrivi in massa di immigrati (i quali, comunque, accelereranno il processo). Basterà che gli europei “autoctoni” e gli immigrati dai Paesi islamici continuino a fare figli al ritmo attuale.

Facile, da sinistra, gridare al razzismo davanti a simili tesi. Ma il razzismo non c’entra. Come scrive Steyn, «il punto non è la razza: è la cultura. Se il cento per cento della tua popolazione crede nelle democrazia liberale e pluralista, non importa se il 70 per cento della popolazione è “bianca”, o se lo è solo il 5 per cento. Ma se una parte della tua popolazione crede nella democrazia liberale e pluralista, e l’altra parte non ci crede, allora è molto importante se la prima parte comprende il 90% della popolazione, o solo il 60, o il 50 o il 45 per cento».

Portare simili argomenti davanti all’opinione pubblica canadese è bastato agli attivisti musulmani per sventolare l’accusa di “islamofobia” e provare a mettere il silenziatore a Maclean’s e a Steyn, e alle istituzioni canadesi è stato sufficiente per dirsi disponibili a ragionarci sopra. Insomma, siamo davanti a un caso di «censura in nome dei “diritti umani”», come ha scritto il National Post, quotidiano di Toronto. Nel loro atto d’accusa, i musulmani attaccano anche la Fallaci. Viene chiesta la condanna del settimanale perché nelle sue pagine, in diversi articoli, non solo di Steyn, «una nota islamofoba (Oriana Fallaci), ampiamente riconosciuta da numerosi Paesi europei e istituzioni internazionali come promotrice di odio e razzismo nei confronti degli islamici europei, è dipinta come una figura eroica che sta cercando di salvare l’Europa da un’imminente presa di possesso dei musulmani, una i cui ragionamenti debbono essere presi in considerazione dai canadesi».

Come spesso accade, la voglia di censura va a braccetto con uno scarso senso del ridicolo. Molte delle cose che ha scritto Steyn le pronunciano gli stessi esponenti del mondo islamico. È stato un imam norvegese, ad esempio, a dire che «i musulmani si espandono come zanzare. Ogni donna occidentale, in media, fa 1,4 figli. Negli stessi Paesi, ogni donna islamica sta facendo 3,5 figli». Eppure questa frase è stata usata per cercare di dimostrare la “islamofobia” di Steyn. Lo stesso concetto, tra l’altro, era stato espresso dal leader libico Muhammar Gheddafi («Abbiamo cinquanta milioni di musulmani in Europa e la trasformeremo in un continente musulmano in pochi decenni»). Né appare granché coerente che gli islamici pretendano di togliere la libertà di parola a chi li accusa di voler limitare le nostre libertà. Gli accusatori, insomma, stanno dando piena ragione a Steyn. Ma tant’è.

Per rinunciare alla loro azione legale, gli islamici avevano chiesto che Maclean’s pubblicasse un articolo di cinque pagine, scritto da un autore di loro scelta, senza alcun controllo e con ampio spazio nella copertina. L’editore li ha mandati dove è facile immaginare. «Preferisco andare fallito che lasciare ad altri fare quello che vogliono sulla mia rivista», ha risposto. Se il settimanale sarà ritenuto colpevole, dovrà mettere mano al portafogli e magari subire altre sanzioni. Quel che sarà peggio, i nemici della libertà di parola avranno ottenuto una grossa vittoria.

Racconta Steyn: «In tanti mi hanno chiesto qual è la mia difesa. La mia difesa è che non devo avere alcuna difesa. I “querelanti” non sostengono che l’articolo è falso, o calunnioso, o sedizioso, tutte cose per le quali ci sarebbe un appropriato rimedio legale. La loro lamentela è sostanzialmente emozionale: ritengono che l’articolo li abbia “offesi”. E siccome l’ingiuria è negli occhi dell’offeso, non c’è proprio niente che io possa farci».

© Libero. Pubblicato il 12 gennaio 2008.

Etichette: , ,

martedì, gennaio 08, 2008

I laici, la vita e l'aborto: ecco come la pensava Bobbio

Nulla di nuovo nelle righe che seguono. La cosa è nota a molti. Io stesso l'ho citata più volte. Però, in un momento in cui sembra che non si possa essere laici senza essere abortisti, e che si possa essere antiabortisti solo se si va a messa, si dicono le preghiere e si prende la comunione, forse può essere utile rileggere per intero l'intervista che Norberto Bobbio rilasciò nel maggio del 1981 a Giulio Nascimbeni, del Corriere della Sera. Perché non tutti i laici sono come Eugenio Scalfari. Anche se Scalfari, ovviamente, si permette di parlare a nome di tutti i laici: «Per quanto riguarda la legge sull'aborto», scrive, «i laici ritengono che essa tuteli la maternità consapevole e la libertà di scelta delle donne». Non risultasse irresistibilmente goffo, con questa sua presunzione e la volontà ostentata di ignorare laici assai più autorevoli di lui, come Bobbio e Pier Paolo Pasolini, ci sarebbe da incavolarsi. Ecco dunque, così come fu pubblicata all'epoca, l'intervista che il fondatore di Repubblica pare non avere mai letto. Segnalo l'ultima frase, pesantissima: «Mi stupisco che i laici lascino ai credenti il privilegio e l'onore di affermare che non si deve uccidere».
Sono con Norberto Bobbio nel suo studio di Torino, fra scaffali gremiti e tavoli coperti da giornali e riviste. «Non parlo volentieri di questo problema dell'aborto» mi dice. Gli chiedo perché. «È un problema molto difficile, è il classico problema nel quale ci si trova di fronte a un conflitto di diritti e di doveri».

Quali diritti e quali doveri sono in conflitto?
«Innanzitutto il diritto fondamentale del concepito, quel diritto di nascita sul quale, secondo me, non si può transigere. È lo stesso diritto in nome del quale sono contrario alla pena di morte. Si può parlare di depenalizzazione dell'aborto, ma non si può essere moralmente indifferenti di fronte all'aborto».

Lei parlava di diritti, non di un solo diritto...
«C'è anche il diritto della donna a non essere sacrificata nella cura dei figli che non vuole. E c'è un terzo diritto: quello della società. Il diritto della società in generale e anche delle società particolari a non essere superpopolate, e quindi a esercitare il controllo delle nascite».

Non le sembra che, così posto, il conflitto fra questi diritti si presenti pressoché insanabile?
«È vero, sono diritti incompatibili. E quando ci si trova di fronte a diritti incompatibili, la scelta è sempre dolorosa».

Ma bisogna decidere.
«Ho parlato di tre diritti: il primo, quello del concepito, è fondamentale; gli altri, quello della donna e quello della società, sono derivati. Inoltre, e questo per me è il punto centrale, il diritto della donna e quello della società, che vengono di solito addotti per giustificare l'aborto, possono essere soddisfatti senza ricorrere all'aborto, cioè evitando il concepimento. Una volta avvenuto il concepimento, il diritto del concepito può essere soddisfatto soltanto lasciandolo nascere».

Quali critiche muove alla legge 194?
«Al primo articolo è detto che lo Stato "garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile". Secondo me, questo diritto ha ragione d'essere soltanto se si afferma e si accetta il dovere di un rapporto sessuale cosciente e responsabile, cioè tra persone consapevoli delle conseguenze del loro atto e pronte ad assumersi gli obblighi che ne derivano. Rinviare la soluzione a concepimento avvenuto, cioè quando le conseguenze che si potevano evitare non sono state evitate, questo mi pare non andare al fondo del problema. Tanto è vero che, nello stesso primo articolo della 194, è scritto subito dopo che l'interruzione della gravidanza non è mezzo per il controllo delle nascite».

E se, abrogando la legge 194, si tornasse ai «cucchiai d'oro», alle «mammane», ai drammi e alle ingiustizie dell'aborto clandestino? L'aborto è una triste realtà, non si può negarla.
«Il fatto che l'aborto sia diffuso, è un argomento debolissimo dal punto di vista giuridico e morale. E mi stupisce che venga addotto con tanta frequenza. Gli uomini sono come sono: ma la morale e il diritto esistono per questo. Il furto d'auto, ad esempio, è diffuso, quasi impunito: ma questo legittima il furto? Si può al massimo sostenere che siccome l'aborto è diffuso e incontrollabile, lo Stato lo tollera e cerca di regolarlo per limitarne la dannosità. Da questo punto di vista, se la legge 194 fosse bene applicata, potrebbe essere accolta come una legge che risolve un problema umanamente e socialmente rilevante».

Esistono azioni moralmente illecite ma che non sono considerate illegittime?
«Certamente. Cito il rapporto sessuale nelle sue varie forme, il tradimento tra coniugi, la stessa prostituzione. Mi consenta di ricordare il Saggio sulla libertà di Stuart Mill. Sono parole scritte centotrent'anni fa, ma attualissime. Il diritto, secondo Stuart Mill, si deve preoccupare delle azioni che recano danno alla società : "il bene dell'individuo, sia esso fisico o morale, non è una giustificazione sufficiente"».

Questo può valere anche nel caso dell'aborto?
«Dice ancora Stuart Mill: "Su se stesso, sulla sua mente e sul suo corpo, l'individuo è sovrano". Adesso le femministe dicono: "Il corpo è mio e lo gestisco io". Sembrerebbe una perfetta applicazione di questo principio. Io, invece, dico che è aberrante farvi rientrare l'aborto. L'individuo è uno, singolo. Nel caso dell'aborto c'è un "altro" nel corpo della donna. Il suicida dispone della sua singola vita. Con l'aborto si dispone di una vita altrui».

Tutta la sua lunga attività, professor Bobbio, i suoi libri, il suo insegnamento sono la testimonianza di uno spirito fermamente laico. Immagina che ci sarà sorpresa nel mondo laico per queste sue dichiarazioni?
«Vorrei chiedere quale sorpresa ci può essere nel fatto che un laico consideri come valido in senso assoluto, come un imperativo categorico, il "non uccidere". E mi stupisco a mia volta che i laici lascino ai credenti il privilegio e l'onore di affermare che non si deve uccidere».

© Corriere della Sera. Pubblicato l'8 maggio 1981.

Etichette: ,

lunedì, gennaio 07, 2008

Castrazione chimica, primi passi (progressisti)

Ideuzza laburista e liberale, che qui si condivide: consentire ai detenuti incarcerati per stupro di sottoporsi a "castrazione chimica" in cambio della scarcerazione anticipata. In Gran Bretagna ci si prova, in modo peraltro molto perfettibile (soprattutto alla voce "controlli"). Le anime candide pronte a inalberarsi tengano presente che a) i detenuti scelgono volontariamente, non li obbliga nessuno; b) la castrazione chimica consiste nella somministrazione di un antagonista del testosterone che sopprime il desiderio sessuale. Smetti con la pillola e tutto torna come prima; c) la castrazione chimica volontaria già esiste. Anche in Italia.

Tra qualche anno, anche la sinistra italiana arriverà alle conclusioni cui la sinistra inglese è arrivata adesso. Per chi vuole saperne di più, ne avevo scritto qui.

Etichette: , ,

Immondizia, solidarietà e Nimby: piccola guida per la sinistra

Rifondaroli e verdi sono i più assidui a invocare la solidarietà e l'Italia una e indivisibile. Sono sempre i primi a inveire, costituzione alla mano, ogni volta che qualcuno parla di federalismo. Poi, appena si tratta di fare qualcosa di davvero solidale in nome dell'interesse comune (a me il termovalorizzatore dei rifiuti, a te la centrale elettrica e a lui un'autostrada: ognuno di noi si prende un piccola rogna e alla fine stiamo meglio tutti), te li ritrovi in prima fila a cavalcare gli egoismi locali. E nemmeno hanno la buona fede di ammettere (o l'intelligenza di capire) che il principio del "Not in my back yard" che guida le loro azioni è la negazione assoluta di quella solidarietà e della indivisibilità dell'Italia con cui amano riempirsi la bocca. La prossima volta che qualcuno (ce ne sono anche a destra) cita il Nimby come modello di politica civile e democratica, sbattiamogli in faccia la munnezza napoletana: è la preview di quello che diventerebbe l'Italia se tutti la pensassero come lui.

Post scriptum. La foto è presa da RIFIUTIamoci, istruttivo blog sull'immondizia di Aversa e dintorni.

Sullo stesso argomento, da questo blog: La responsabilità è finita nell'immondizia.

Etichette: ,

giovedì, gennaio 03, 2008

Aborto e luoghi comuni

Il bello di questo paese è che riesce a mandare subito in vacca ogni argomento, anche quello con le più profonde implicazioni etiche e dai risvolti scientifici più complessi. Si banalizza tutto (e qui noi giornalisti, per quel poco che contiamo, abbiamo la nostra fetta di responsabilità) e si riduce ogni argomentazione a sillogismi elementari, che chiunque può raccogliere lungo i sentieri comodi già tracciati dalle ideologie. Tipico esempio di questo svacco dei neuroni è il dibattito sull'aborto.

Il copione è stato recitato dozzine di volte. Qualcuno (da destra o da sinistra non ha importanza) propone di rivedere la legge 194, o il modo in cui essa è applicata. Almeno metà della sinistra reagisce indignata sostenendo che il malcapitato ha parlato sotto dettatura del Vaticano. Il quale ovviamente viene accusato di ingerenza nei confronti dello stato italiano (attendo invano da anni che qualcuno spieghi perché l'Arcigay può - giustamente - chiedere ai parlamentari di comportarsi in un certo modo e la Chiesa no). Due terzi della destra intanto maledicono in silenzio lo sciagurato che ha voluto riaprire la questione, che da quelle parti è fonte di serio imbarazzo: l'adesione di facciata a certi valori imporrebbe di cavalcare le ragioni pro-life, ma la doppia morale di molti esponenti della destra e l'atteggiamento degli elettori (nettamente favorevole al mantenimento della legge 194, almeno a vedere i sondaggi) consigliano di lasciare tutto come è. Quindi ognuno dice le stesse cose che ha detto la volta precedente. E tutto, infatti, finisce sempre come la volta precedente: in un nulla di fatto. Fino alla sortita seguente, quando la scena si replica per l'ennesima volta.

Anche stavolta che il dibatto è stato rilanciato dall'uscita di Sandro Bondi il copione è lo stesso. Ma, come tutti i copioni stereotipati, è zeppo di errori e semplificazioni cialtrone. La prima cialtronata è confondere la revisione delle linee guida della legge 194 (la proposta di Bondi) con la revisione della stessa legge. Sono due cose diversissime: nel primo caso la legge resta così com'è, non se ne cambia nemmeno una virgola. Non è cosa da poco, anche se a sinistra c'è chi finge di non vedere questa enorme differenza per poter continuare a dire le solite cose sul Vaticano che lancia un'opa sul parlamento italiano, sulla destra che umilia il corpo femminile (per inciso: a sinistra c'è gente che pensa che l'aborto possa essere un momento «di crescita» della donna) e robe simili. Confondere la proposta di rivedere le linee guida della legge 194 con la richiesta di riscriverla svela inoltre la grande paura di una parte della sinistra. E cioè che si venga a scoprire che la 194 è stata snaturata e in moltissimi casi è diventata un lasciapassare per l'aborto facile, veloce e gratuito. Meglio quindi "buttarla in caciara", come si dice a Roma. Cioè confondere le acque, strillare slogan facili e impedire ogni tentativo di applicare la legge in modo rigoroso.

La seconda cialtronata è dire, come fa la sinistra abortista, che la proposta del coordinatore di Forza Italia sia stata lanciata su impulso del Vaticano, e in particolare di monsignor Camillo Ruini. Non è così. E' vero l'esatto contrario, e cioè che la sortita di Bondi ha messo in imbarazzo la Chiesa. Due dichiarazioni, nel caos di queste ore, aiutano chi ha occhi per vedere a capire la cosa. La prima è dell'udc Mario Baccini, dotato (lui sì, altro che Bondi e Ferrara) di buoni rapporti con il Vaticano. Baccini ha parlato poco dopo l'uscita di Bondi, e le sue parole spiegano bene quello che vuole la Chiesa: «Solo quando saremo pronti e sicuri di vincere con convinzione, senza forzature, la battaglia in parlamento,varrà la pena di proporre la revisione delle linee guida della 194, altrimenti si corre solo il rischio di rafforzare l'area abortista». Tradotto in soldoni: Bondi ha sbagliato, non è il momento per uscirsene con simili sparate, ora bisogna lasciare tutto così com'è. Il che non vieta, ovviamente, di battersi nel frattempo per far applicare integralmente la legge 194. Inclusa ad esempio la norma, quasi sempre disapplicata, con cui si stabilisce che i consultori, «sulla base di appositi regolamenti o convenzioni, possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita». L'altra dichiarazione da leggere con attenzione è quella del cardinale Ruini, rilasciata prima dell'annuncio di Bondi. Non fermatevi al titolo, leggete bene il virgolettato: Ruini chiede innanzitutto di «applicare integralmente la legge sull'aborto», anche «in quelle parti che davvero possono essere di difesa della vita». Quindi («forse», dice cautamente il monsignore) propone di «aggiornarla al progresso scientifico che ad esempio ha fatto fare grandi passi avanti alla sopravvivenza dei bambini prematuri». Un adeguamento dei termini della legge alle nuove tecnologie mediche e diagnostiche, insomma, non una revisione dei "diritti" in essa contenuti. Lo stesso titolo che l'Osservatore Romano del 2-3 gennaio ha dato all'articolo sulle parole di Ruini parla chiarissimo: «Per il cardinale Ruini occorre applicare la legge sull'aborto». Ripeto: «Applicare» la legge, non riscriverla.

Terza cialtronata in voga in questi giorni: credere o far credere che via sia piena consonanza d'intenti tra Giuliano Ferrara e la Chiesa, tramite la Cei e/o il Vaticano. Anche in questo caso, invece, Oltretevere si registra una forte dose d'imbarazzo. Va bene chiedere una moratoria Onu sull'aborto, ma ogni altra iniziativa rischia di terminare in una grande sconfitta politica. La causa di Ferrara, direttore di un quotidiano con bassa tiratura e alto peso specifico, non è la stessa della Chiesa. Questa si rivolge a tutti ed è calata nel nostro mondo, e - piaccia o meno - tra i principi che regolano la sua azione ci sono anche la cautela e il timore di una nuova sconfitta. L'affondo del Vaticano sull'aborto, se mai ci sarà, si farà quando ci sarà la certezza di vincere. Sino ad allora, ogni accelerazione è vista con enorme sospetto. Non scordiamo mai che Oltretevere brucia ancora, e parecchio, l'esito del referendum sull'aborto, la grande sconfitta politica della Chiesa italiana. Il fatto poi che una parte del mondo cristiano si senta (più che comprensibilmente) attratta dalla battaglia di Ferrara non entusiasma, perché mette la Chiesa davanti alla sua debolezza politica più grande: quella, appunto, di dover trovare un compromesso tra i valori che difende, le circostanze in cui opera e le prevedibili conseguenze del suo agire. Compromesso che Ferrara, con la sua splendida guasconeria, può permettersi di ignorare, risultando così più accattivante di molti cardinali, costretti a mille cautele. (A questo proposito faccio presente che Avvenire, il quotidiano dei vescovi, sta tenendo una linea di grande cautela sull'iniziativa del direttore del Foglio e sulle richieste di riscrivere la legge 194).

Alla fine, per quanto riguarda il sottoscritto e al di là dei tempi e delle convenienze della politica, la questione è tutta racchiusa in quella domanda drammatica resa popolare proprio da Ferrara: cos'è l'embrione? E' "qualcosa" o "qualcuno"? E se è prima qualcosa e poi diventa qualcuno, quando è che avviene questa trasformazione? Per chi, come me, pensa che l'embrione sia "qualcuno", e che sia tale dal concepimento, perché (cito quel pericoloso sanfedista di Vittorio Prodi) «nel processo di formazione di una persona l'unica vera discontinuità è data dalla fecondazione dell'ovulo con uno spermatozoo», i fini da raggiungere sono chiari. E la religione non c'entra proprio nulla. C'entra solo il rispetto della vita. Che mi auguro non sia prerogativa dei soli credenti.

Etichette: ,