domenica, settembre 30, 2007

Perché Burlando dovrebbe dimettersi

di Fausto Carioti

Più assisti ai contorcimenti intimisti di Claudio Burlando, più rimpiangi il sarcasmo sprezzante di Massimo D'Alema. Baffino col cavolo che ti spiattellava in pubblico il suo difficile momento familiare, lui mica avrebbe provato a farti inumidire l'occhio con la storia della separazione dalla moglie e del figlio adottato. E di sicuro da una simile situazione sarebbe uscito meglio. Insomma, massimo rispetto per i problemi personali del governatore della Liguria. Ma se la sua confessione in consiglio regionale doveva aiutarlo a tirarsi fuori dal fango nel quale si è infilato un paio di settimane fa, imboccando contromano la superstrada che collega Genova all’aeroporto, avrebbe fatto meglio a risparmiarsela. Esistevano strategie migliori, meno umilianti per lui e meno sconcertanti per i suoi elettori. Anche se al termine del dibattito il consiglio ha respinto la mozione di sfiducia nei suoi confronti, l’impressione è che Burlando, tirando fuori certe giustificazioni, ne sia uscito peggio di come c’era entrato. Dalle sue parti in certi casi si dice «o l’è ’n sguäro che a pessa a l’è pezo». Peggio la toppa del buco.

Il ritratto di Burlando che ne viene fuori dà parecchio da pensare. Stiamo ai fatti. Il 16 settembre il governatore ligure, peso medio-massimo dell’oligarchia diessina, viene beccato contromano, poco dopo mezzogiorno, su una strada che le automobili percorrono ad alta velocità. Per un pelo non ci scappa la strage. Quando una pattuglia della polizia lo ferma e gli chiede i documenti, lui, manco fosse un ex ministro democristiano degli anni Ottanta, tira fuori un tesserino scaduto da parlamentare. La patente non l’ha con sé, dice che è troppo grande e non gli entra nel portafogli (l’avesse detta Clemente Mastella una cosa simile ci avrebbero montato sopra un tormentone e Maurizio Crozza ci avrebbe scritto una canzone. La dice lui, ex ministro dei Trasporti del primo governo Prodi, e pare quasi normale). Si scopre poi che la vettura che stava guidando non è sua, ma appartiene a un signore che si chiama Franco Lazzarini, presidente di una società di assicurazioni, Italbroker, la quale deve una parte consistente del fatturato proprio ai contratti con enti politici e aziende municipalizzate, comprese le genovesi Amt e Aster. Burlando, nell’aula del consiglio regionale, spiega tutto con il suo difficile momento familiare: si sta separando dalla moglie, vive a casa di Lazzarini, il quale è suo amico da una vita, e si dice preoccupato perché chi rischia di rimetterci, in questa storia, è il figlio.

Che sarà pure tutto quanto vero, e spiega bene le cose dal punto di vista umano. Ma sotto l’aspetto politico non fa che aumentare i dubbi sul personaggio. Un uomo che guida contromano sulla superstrada per un chilometro e mezzo, incurante dei clacson e degli accidenti degli altri automobilisti, è in grado di guidare una delle regioni più importanti d’Italia? Che serietà attribuisci a uno che ti viene a dire che viaggia senza patente perché gli sforma il portafogli? Quale idea possono farsi gli elettori di un pubblico amministratore il quale, per cavarsi dagli impicci, è costretto ad ammettere che in queste settimane sta usando la casa e l’automobile di uno dei principali fornitori della sua regione? Burlando riceve uno stipendio lordo di quasi 10mila euro al mese: possibile che l’idea di affittare una stanza d’albergo e un’automobile per mettersi al di sopra di ogni sospetto non lo abbia nemmeno sfiorato? Non si rende conto che con certi atteggiamenti è diventato la caricatura di un politico della prima repubblica?

Diciamo allora che il vero Burlando non è questo. Quello di adesso è la sua brutta copia, un uomo gettato in un profondo stato confusionale dalle vicende private. Ma il mondo è pieno di persone alle prese con situazioni personali e familiari molto più difficili, spesso tragiche, le quali però stringono i denti e tirano dritto senza fare cavolate, perché sanno di avere sulle spalle la responsabilità di altre persone. Burlando porta sulla groppa la responsabilità di un milione e mezzo di contribuenti. Se non è in grado di sopportarla, si faccia da parte. Così smetterebbe anche di nuocere alla sinistra, che si vanta di avere una classe di amministratori locali serissimi ed efficentissimi (è una leggenda metropolitana, ma come tale deve poggiare su qualche brandello di verità e non può permettersi smentite troppo clamorose). E smetterebbe anche di fare male a se stesso, che è quello che sta facendo dal 16 settembre. Sul serio: ci pensi su. Quanto al resto, auguri sinceri.

© Libero. Pubblicato il 30 settembre 2007.

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venerdì, settembre 28, 2007

Sanità americana: diagnosi e terapia liberista (altro che Sicko)

Come ogni cosa di questo mondo, il sistema sanitario americano non è perfetto. Si può migliorare. Come ogni cosa di un regime di libero mercato, per quanti difetti possa avere è senza dubbio migliore del suo equivalente fornito dallo Stato in monopolio. Ed è migliore già per il semplice fatto che lascia i cittadini liberi di scegliere.

In questi giorni è a Roma Grace-Marie Turner, consulente della Casa Bianca in materia di sanità e presidente del think tank Galen Institute. Come altri giornalisti, grazie agli amici dell'Istituto Bruno Leoni ho avuto il piacere di pranzare con lei e capire le sue idee. Chi vuole leggere un'analisi critica, ma priva di pregiudizi statalisti, del sistema sanitario americano, ed è interessato a conoscere una terapia liberista per curarne i mali, qui trova il paper scritto dalla Turner, tradotto in italiano.

La tesi centrale è semplice: invece di dotare di assistenza sanitaria statale i 47 milioni di americani oggi non coperti da assicurazione medica (il modello cubano propagandato da Michael Moore, dio ce ne scampi), bisogna mettere tutti costoro in grado di accedere alle assicurazioni private. Che poi sono quelle che gli stessi cittadini americani mostrano di preferire.

Se credete che Sicko sia un film di becera propaganda filocastrista, leggetelo. Se avete bevuto tutte le cose che Moore voleva farvi credere, leggetelo lo stesso. Fosse mai.

Post scriptum. Sullo stesso argomento, su questo blog:
Dedicato a quelli che "la sanità americana ammazza i poveri, mica come in Europa"

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giovedì, settembre 27, 2007

Il decalogo di Fassino: troppo tardi, troppo goffo

La classe politica italiana ha un problema, rappresentato dal crescente disgusto dei cittadini nei suoi confronti. Riguarda soprattutto la sinistra, come confermano i sondaggi su Beppe Grillo, uno che al momento sta facendo senza dubbio più male alla maggioranza che all'opposizione. Normale che sia così. Intanto i cittadini se la prendono con chi governa, e oggi governa la sinistra. E poi molti dei temi portati avanti da Grillo - lotta alla legge Biagi, opposizione alla campagna militare in Iraq etc - fanno sì che le sue "proposte" peschino meglio nel bacino degli elettori dell'Unione, dove i delusi abbondano.

A sinistra stanno cercando di metterci una pezza. Alcuni, come Oliviero Diliberto, sparando panzanate sulle reti pubbliche, dove ripetono che loro da tempo hanno in cantiere interventi mirabolanti per ridurre le spese della politica e hanno già introdotto un tetto di due mandati per i loro parlamentari. Siccome Diliberto è già al suo quarto mandato, ognuno è libero di valutare quanto simili affermazioni siano credibili.

Anche Piero Fassino sta cercando di correre ai ripari. Ha appena elaborato un decalogo "contro l'antipolitica", pubblicato oggi su Repubblica. Prevede, tra le altre cose, la riduzione del numero dei deputati a 400 e quello dei senatori a 150, il dimezzamento del numero delle Province, il contenimento dei consiglieri d'amministrazione delle società pubbliche a un massimo di 5 per ogni Cda, la soppressione degli enti inutili.

Tutta roba sulla quale si potrebbe anche discutere. Con un piccolo particolare. Queste sono cose che si fanno non sui giornali, ma in Parlamento. Il parlamentare deposita una proposta di legge, il gruppo parlamentare al quale appartiene mostra di crederci e il capo del gruppo parlamentare, in conferenza dei capigruppo, la fa calendarizzare il prima possibile. Quindi viene discussa, votata, magari emendata e quindi approvata o respinta. Come si fa nelle democrazie parlamentari. E Fassino di professione non fa il comico, ma il deputato. E' anche il segretario del maggior partito della maggioranza, e questo renderebbe l'iter che ho appena descritto molto più semplice.

Purtroppo, se si vanno a guardare le proposte di legge presentate da Fassino, non si trova nulla di tutto questo. La firma di Fassino, come chiunque può controllare, appare su altri provvedimenti, che evidentemente ha ritenuto più urgenti. Tipo le "Nuove disposizioni in materia di cooperazione allo sviluppo", le "Celebrazioni in memoria delle donne partigiane combattenti" o la "Istituzione del Garante per l'infanzia e l'adolescenza". Cose senza dubbio fantastiche, ma che appaiono ben distanti da quelle per le quali si sta sbattendo adesso.

Di più: non solo il nome di Fassino non appare in nessuna delle proposte di legge che puntano a ridurre il numero dei parlamentari (senza dubbio il punto più forte del decalogo), ma le pochissime tra queste presentate sinora da esponenti ulivisti portano la firma di "eretici" che non sono stati seguiti dallo stato maggiore dei Ds. Cani sciolti come Manzione, Bordon, Spini: gente che ormai predica nel deserto persino in casa propria. Le loro proposte infatti languono nei cassetti delle commissioni. Dimenticate da tutti, per primi dagli uomini della sinistra.

Con ciò non intendo dire che non credo alla sincerità di Fassino. Se ha scritto quel decalogo, probabilmente lo ha fatto perché ci crede. A dirla tutta, con i sondaggi che danno il suo attuale partito, il partito democratico e l'intera coalizione, già a picco, ulteriormente bastonati dagli elettori infervorati dalla cosiddetta antipolitica, il segretario dei Ds è obbligato a credere a qualunque cosa per arrestare l'emorragia. Ma i modi e i contenuti, purtroppo per lui, sono goffi, e la sua iniziativa appare irrimediabilmente in ritardo.

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mercoledì, settembre 26, 2007

Amato manda la privacy a puttane

di Fausto Carioti

Lui è al lavoro. La moglie è a casa. Suona il citofono. «Devo consegnare una multa», fa la voce. Il tempo per la signora di guardarsi allo specchio e lanciare due o tre accidenti a quell'imbranato che ha preso l'ennesima contravvenzione e l'agente è già davanti all'ingresso. «Una firmetta qui, prego». La porta si chiude. Imprecando, lei apre la busta. «Cosa avrà combinato stavolta? Semaforo rosso? Ha parcheggiato ancora sulle strisce?». Magari fosse. Quando lo sventurato torna a casa, ad accoglierlo sul marciapiede trova uno strano tappeto. Sono i suoi vestiti buoni, la biancheria, la camicia bianca appena ritirata dalla lavanderia. Pochi metri più in là, il gatto del vicino gioca con uno straccio di lana. Con orrore, il poveretto scopre che quello era il suo unico golf di cachemire. Una voce dall'alto gli apre definitivamente le porte dell'incubo: «Sei un porco, ci vediamo dall'avvocato».

Benvenuti nella nuova legislazione anti-prostituzione voluta da Giuliano Amato. La privacy e il rispetto della dignità individuale ve li potete scordare. Certe cortesie sono riservate alle donne islamiche che vogliono andare in giro coperte con il velo: impedire di indossarlo, ci ha spiegato il ministro dell'Interno nei giorni scorsi, è sintomo di «imperialismo occidentale». Roba da ottusi che non sanno apprezzare le diverse sensibilità culturali. Mentre invece sputtanare (è il caso di dirlo) in pubblico e davanti ai propri familiari chi è andato con le prostitute è roba da paesi avanzati. Amato lo ha spiegato ieri: per i clienti delle professioniste del marciapiede la giusta punizione consiste in «multe non conciliabili, con il verbale che deve arrivare a casa di queste persone». Non è una boutade: tali parole le ha dette in Senato, davanti alla commissione Affari costituzionali. Roba seria, destinata a essere trascritta nero su bianco tra qualche giorno, quando l'osservatorio sulla prostituzione del Viminale tirerà fuori una proposta definitiva.

Perché Amato insiste tanto che la contravvenzione arrivi a casa? Perché vuole che il reprobo sia sottoposto non solo alla sanzione dello Stato, sotto forma di una multa più o meno salata, ma anche agli insulti della moglie e dei figli, magari alla rottura del matrimonio, con l'avvocato di lei che sventola in tribunale la contravvenzione come prova del tradimento. È la paura della fine delle sue relazioni familiari, insomma, che deve spingere l'individuo a rigare dritto. La punizione amministrativa non basta, Amato vuole affiancarle anche quella sociale e morale. E così varchiamo i confini dello stato di diritto e ci inoltriamo nello stato etico, quello che premia e punisce i cittadini a seconda della "moralità" del loro comportamento.

Quanto al resto della sinistra, va bene che in questi giorni hanno altre rogne da grattarsi, ma era lecito attendersi una reazione a simili sparate. Dopo tutto, quando due anni fa il Vaticano, tramite un documento del Pontificio Consiglio, invitò il governo Berlusconi a usare il pugno di ferro contro i clienti delle prostitute, da sinistra si alzò un coro scandalizzato e ci fu persino chi avanzò paragoni con il regime iraniano. Stavolta, qualche flebile distinguo e nulla più. A conferma del fatto che del merito delle cose se ne fregano, quello che conta è chi le dice.

La buona notizia è che l'idea di Amato andrà poco lontano. A parte i precari equilibri parlamentari, che non lasciano intravedere spazi per una simile iniziativa, è la normativa italiana sulla privacy, pur con tutti i suoi difetti, ad apparire incompatibile con i desideri del ministro. Interpellato da Libero, Francesco Pizzetti, garante della Privacy, non dà giudizi definitivi, perché aspetta di conoscere in dettaglio la proposta ufficiale. Ma sin d'ora storce il naso e avverte che «uno dei punti fondamentali della legge sulla privacy prevede che atti legali, giudiziari e amministrativi possano essere inviati a domicilio, ma con modalità che non rendano conoscibili a terzi diversi dall'interessato il loro contenuto». In parole povere, esiste un diritto alla riservatezza che ci difende anche dalla nostra portinaia e persino dalle ingerenze dei nostri familiari, e la proposta di Amato sembra passare sopra questo diritto come un Caterpillar. Le stesse parole del ministro confermano che il "bello" consiste proprio nel denunciare ai loro familiari i clienti delle prostitute. Ridacchiando davanti ai senatori, Amato ha detto che intende usare verso costoro «un pizzico di cattiveria». Qualcuno gli spieghi che un ministro, specie se è quello che comanda la polizia, non può permettersi di essere cattivo: deve essere solo giusto.

Già una volta Amato spiegò che «della privacy di uno squallido maschio che gira per la Salaria alla ricerca di ragazze dalle quali ottenere a pagamento ciò che non sa ottenere altrimenti mi interessa ben poco». Peccato che fu costretto a cambiare idea pochi mesi dopo, quando i giornali osarono pubblicare la foto del portavoce di Romano Prodi, Silvio Sircana, intento a chiedere qualcosa (informazioni stradali, si presume) a un transessuale che batteva il marciapiede. In quel caso Amato mostrò di avere a cuore la privacy dello sputtanato, eccome.

© Libero. Pubblicato il 26 settembre 2007.

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lunedì, settembre 24, 2007

Un riscaldamento poco globale: al Polo Sud il ghiaccio è a livelli record

La temperatura ai poli sta cambiando. Ma non come si crede comunemente. Anche perché la stampa "ufficiale" si guarda bene dal raccontare tutta la storia. Il New York Times, nelle sue pagine scientifiche, nei giorni scorsi ha pubblicato un tipico articolo sull'argomento. E' lo stesso quotidiano liberal che i corrispondenti dagli States di Repubblica e Corriere citano e copiano ogni volta che possono, premettendo che si tratta dell'"autorevole" New York Times.

L'articolo, nella pagina web, è lungo 40 righe. Il titolo, le prime 38 righe e la foto dal satellite sono dedicati a quanto sta succedendo in Artide. «Mentre il monitoraggio satellitare del ghiaccio polare è stato fatto solo a partire dal 1979, molti esperti che hanno studiato le registrazioni fatte dalla Russia e dall'Alaska, che risalgono a diverse decadi precedenti, sostengono che l'arretramento del ghiaccio quest'anno non ha probabilmente uguali durante il Ventesimo secolo, incluso il periodo caldo degli anni Trenta». Il che, per inciso, non vuole dire molto: nella cosiddetta estate medievale, tra il 1100 e il 1300, è assai probabile che il ghiaccio al Polo Nord fosse assai inferiore rispetto a quello attuale, visto che - ad esempio - fu proprio in quel periodo che la Groenlandia, complici le alte temperature, potè essere colonizzata. E allora i Suv non c'erano.

Fin qui, comunque, niente di nuovo. Soliti dati noti a tutti, interpretati apposta per puntellare le tesi più allarmiste. La notizia, quella vera, è nelle ultime 2 righe dell'articolo. Ben nascosta. Riguarda la faccia opposta della Terra, il Polo Sud. Dove sta avvenendo questo:
«Il ghiaccio attorno all'Antartide ultimamente ha visto una insolita espansione invernale, e questa settimana ha raggiunto livelli record».
Tutto vero. Il ghiaccio in Antartide è ai livelli massimi dal 1979. Qui, sul sito che l'Università dell'Illinois ha dedicato alla criosfera, il grafico che misura il fenomeno, e qui, su Icecap, uno studio dei dati (in sintesi).

L'importante, come sempre, è che non si sappia in giro, e che venga divulgata col megafono solo la metà più allarmante delle notizie. Si sapesse in giro che il riscaldamento dei mari e lo scioglimento dei ghiacci sono tutt'altro che globali, e che anzi ci sono zone importanti del Paese in cui succede l'esatto opposto, gli ecotastrofisti ci rimarrebbero male, e sarebbero costretti a inventarsi una lunga serie di nuove ipotesi ad hoc per spiegare l'ennesima incongruenza dei loro modelli.

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domenica, settembre 23, 2007

Niente nuove carceri: un anno di indulto buttato via

di Fausto Carioti

La sicurezza e le carceri - compresi coloro che dentro i penitenziari vivono e lavorano - sono in fondo alle priorità della classe politica italiana. Detta in parole più semplici: non gliene frega niente a nessuno. Il risultato è che, un anno e due mesi dopo l’entrata in vigore dell’indulto, stanno peggio sia i detenuti, che vivono in prigioni di nuovo affollate oltre il limite della capienza, sia i cittadini, che hanno visto aumentare le violenze ai loro danni proprio per colpa di chi è stato scarcerato grazie a quella legge. Dei beneficiati dal provvedimento, 6.194 individui, pari al 22% del totale, sono già stati rispediti in cella. Il loro ritorno ha portato il totale dei detenuti a quota 45.985, quasi tremila in più di quanti ne possano essere ospitati.

Non doveva andare così. L’indulto era stato presentato come l’occasione per correre ai ripari ed evitare che si ripetessero situazioni come quella del luglio 2006, quando in carcere c’erano 60.710 detenuti, il 40% in più di quanti le celle ne potessero sopportare. Grazie al provvedimento di clemenza, il loro numero scese a 38.847, ma era intuibile che presto molti sarebbero tornati dentro. Per tenere fede all’impegno preso con i cittadini - che intanto stavano pagando in prima persona la messa in libertà di certi personaggi - si sarebbe dovuta fare l’unica cosa suggerita dal buon senso: costruire in fretta nuovi penitenziari. Si è preferito non fare nulla.

Innanzitutto - è stata la spiegazione - perché la pecunia, come da tradizione, nelle casse pubbliche scarseggia. Però i soldi per continuare a far viaggiare gratis gli ex deputati non sono mai mancati, in quest’anno la ditta Prodi & Padoa Schioppa è riuscita a far evaporare un “tesoretto” fiscale pari a 10 miliardi di euro e pochi giorni fa il ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, al termine di una conferenza sui mutamenti climatici che è stata spernacchiata dal maggior esperto italiano del settore, Franco Prodi (fratello di Romano), ha presentato ai contribuenti un conto di 300 milioni di euro l’anno, minimo indispensabile per placare le sue ansie ecocatastrofiste. Quando vogliono, insomma, i soldi sanno dove trovarli e come spenderli.

L’altro motivo per cui non ci si sbatte per costruire nuove prigioni è la contrarietà di una fetta importante del centrosinistra, la quale pensa che fare certe cose sia “di destra”. Se ne deduce che sia di sinistra (delle due l’una) o tenere i detenuti pigiati nelle celle come sardine in scatola o lasciare delinquenti conclamati liberi di rapinare e ammazzare.

Quando governava la Casa delle libertà (metà della quale condivide con il centrosinistra colpe e meriti dell’indulto) non si brillava per decisionismo, ma almeno i problemi delle carceri si limitavano al bilancio e non vi erano pregiudiziali ideologiche. Oggi, quando dice che intende aumentare i posti nei penitenziari, l’attuale ministro della Giustizia, Clemente Mastella, deve fare i conti con alleati politici assai più ostili di quelli che circondavano il suo predecessore, il leghista Roberto Castelli. Ambedue i ministri, almeno a parole, hanno avuto presente lo sfascio del sistema carcerario. Tanto che, grazie all’ampliamento dei penitenziari esistenti, stanno per aggiungersi 5.886 posti a quelli attuali. Ma è troppo poco, servono nuove strutture. Per costruirle, però, occorre uno sforzo politico e finanziario che nessuno ha voglia di fare. Eppure il confronto internazionale parla chiaro: l’Italia ha 75 posti in carcere ogni centomila abitanti, la Francia ne ha 82, la Germania 97, il Regno Unito 131.

A conti fatti, resta l’ennesima occasione perduta. Il tempo per realizzare nuovi penitenziari c’era tutto. Non sarà elegante ricordarlo, ma in poco più di un anno - dal gennaio del ’36 all’aprile del ’37 - Benito Mussolini costruì i grandi studi di Cinecittà. Sarebbe bello continuare a non rimpiangerlo, se solo ce ne fosse la possibilità.

© Libero. Pubblicato il 23 settembre 2007.

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venerdì, settembre 21, 2007

La lezione di Gordon Brown a Romano Prodi

di Fausto Carioti

La sinistra italiana, paragonata a quella inglese, vive nelle caverne e deve ancora imparare ad accendere il fuoco con le pietre. Per arrivare a questa conclusione non è necessario studiare testi di politologia. Basta sfogliare la Gazzetta dello Sport. Ieri, tra un’intervista a Roberto Donadoni e le pagelle della Champions League, i lettori più sventurati della “rosea” si sono imbattuti in una lunga lettera di Romano Prodi sull’andazzo del calcio internazionale. Oltre a ribadire le doti che gli hanno procurato il soprannome di Valium, il presidente del Consiglio conferma che le sue affinità ideologiche sono con i piagnoni della “izquierda bananera”, tipo il venezuelano Hugo Chavez, piuttosto che con i leader della sinistra moderna, come il premier britannico Gordon Brown. Prodi non è ancora riuscito a digerire il libero mercato, a venire a patti con il profitto, a capire che ci sono cose dalle quali è bene che i governi tengano lontane le grinfie. Tra quanto scritto da Prodi e quanto detto poche ore dopo, sullo stesso argomento, dal primo ministro inglese, c’è almeno mezzo secolo di storia della sinistra.

È iniziato tutto da un appello che Michel Platini, presidente della Uefa, l’organismo che governa il calcio nel vecchio continente, ha rivolto ai leader europei per invitarli a intervenire contro «la nefasta onnipresenza del denaro nel calcio» e a difendere la «solidarietà sociale e finanziaria tra ricchi e poveri». Il fatto che campioni d’Europa siano i misconosciuti calciatori della nazionale greca non smuove il suo ragionamento: il calcio oggi è solo denaro, non ci sono più i valori di una volta, ai piccoli restano solo le briciole.

Davanti a tanto luogocomunismo, Prodi non poteva restare impassibile. Ha scritto alla Gazzetta per dirsi d’accordo con tutto quello che sostiene l’ex campione francese. Già che c’era, si è fatto un po’ di pubblicità a costo zero: «La scelta del nostro governo di far nascere per la prima volta un ministero dello Sport e delle Politiche giovanili testimonia con evidenza con quale attenzione si voglia procedere per sviluppare il binomio valori-gioventù, che sarà al centro del messaggio che il ministro Melandri porterà al consiglio europeo». Ecco, ora che lo sanno, anche gli altri paesi potranno migliorare il calcio: basta creare l’ennesimo dicastero e mandare in giro per l’Europa una ministra che non distingue un fuorigioco da un pallonetto, ma è capace di sparare banalità a raffica senza battere ciglio. Il resto della lettera di Prodi deve averlo scritto il ghost writer di riserva: frasi da ascensore tra vicini di casa che a fatica si conoscono, tipo il professionismo è «esasperato» e c’è «un intreccio perverso», signora mia, tra marketing ed eventi sportivi.

Ora, anche se fa male all’orgoglio nazionale, bisogna confrontare tutto questo con il secco comunicato con cui Gordon Brown ha risposto a Platini. Primo: «Ci sono materie che riguardano le autorità calcistiche nazionali, che dovrebbero rispondere direttamente alle esigenze dei tifosi. Il governo riconosce e supporta l’autonomia dello sport e i suoi diritti di autoregolamentazione». Vuol dire che i governi in questa storia non devono avere nulla a che fare. Secondo: «Non ci sono dubbi che l’influenza del denaro nel calcio è una testimonianza del suo successo e ha portato molti benefici». Vuol dire che Platini sbaglia a rompere le scatole con le sue lagne pauperiste. In ambedue i casi, la risposta di Brown è opposta a quella di Prodi. Il gap evolutivo tra le due sinistre che costoro rappresentano è umiliante: a Downing Street c’è un astronauta, qui abbiamo un ominide con la clava.

© Libero. Pubblicato il 21 settembre 2007.

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giovedì, settembre 20, 2007

Con quella faccia un po' così/2

«Il vero male di cui la Rai ha sofferto negli anni e ancora soffre è un rapporto con il potere politico che ne indebolisce la funzione civile, che limita la validità culturale e che la fa soffrire come impresa che opera nel mercato». Chi ha appena detto queste cose così vere e importanti nell'aula del Senato è Tommaso Padoa Schioppa, ministro dell'Economia. Pochi giorni fa Padoa Schioppa ha nominato consigliere d'amministrazione Rai Fabiano Fabiani, spiegando di averlo scelto proprio per la sua «indipendenza» dalla politica. E infatti la prima cosa che ha fatto il consigliere «indipendente» è stata andare a cena con Romano Prodi, alla vigilia del suo primo Cda Rai. Sempre perché il vero male della Rai è il rapporto con la politica.

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mercoledì, settembre 19, 2007

Con quella faccia un po' così

«Grillo è un moderato. Sostiene delle buone ragioni, ma le sue proposte sono moderate. Il limite dei due mandati lo abbiamo già applicato da tempo. Non è una cosa che faremo: l’abbiamo già fatta». Chi pronuncia queste parole al Tg1 delle ore 20, davanti a qualche milione di telespettatori, è Oliviero Diliberto, segretario dei Comunisti italiani. Che infatti è al suo quarto mandato parlamentare consecutivo. Il giornalista del Tg1, intanto, è impegnato ad annuire.

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Prima che sia troppo tardi

Stiamo perdendo un'occasione irripetibile. Quella di registrare, di fermare per sempre su un nastro, la testimonianza, il racconto in prima persona di chi allora c'era e presto rischia di non esserci più. Esistono ancora, in Italia, testimoni diretti dei periodi più importanti del secolo scorso. Persone i cui ricordi d'infanzia sono ambientati nella prima guerra mondiale. Gente che ricorda come fosse ieri i primi anni del fascismo, o ha partecipato alla campagna di Russia, le ragazze che erano a Salò e quelle che si erano date alla macchia con i partigiani. Ci sono, li abbiamo qui tra noi, ma ogni giorno sono di meno. Chi nel 1922, quando Mussolini prese il potere, aveva 5 anni, ora ne ha 90. Per quanto ancora ci saranno? Quanto ancora i loro ricordi rimarranno limpidi?

Quanto dareste per sentire dalla voce di uno dei sopravvissuti all'inferno russo il suo racconto? O una delle milioni di storie speciali di gente comune. Quelli che hanno nascosto sotto il letto il soldato alleato inseguito dai nazifascisti. O viceversa. Storie di amicizia. Fascisti che garantiscono con la loro parola per l'amico partigiano che era stato già messo al muro. Favore che viene ricambiato pochi mesi dopo. (Per capirsi: se una di queste storie non fosse accaduta davvero, adesso non sareste qui a leggere queste righe). Storie di vendette barbare e meschine, come quelle raccolte da Giampaolo Pansa. Che ovviamente furono compiute da una parte e dall'altra, anche se la storia, come sempre, l'hanno scritta i vincitori.

Non ci vuole molto. Bastano una videocamera e una persona disposta a parlare, ad aprire i libri delle sue memorie, il suo album fotografico. Già lo stanno facendo negli Stati Uniti. Dove però non c'è stata una guerra civile. Qui, in Italia - a patto di sentire tutti, vincitori e vinti - sarebbe anche un piccolo passo avanti verso il raggiungimento di una sorta di memoria condivisa sul Ventennio e il secondo dopoguerra. Adesso pare un miraggio, ma tra qualche decennio chissà. Dopo tanti morti e tanta sofferenza, alla reciproca comprensione tra ciò che resta delle "due Italie" si dovrebbe arrivare attraverso una conoscenza quanto più possibile completa e diffusa di ciò che è accaduto, non grazie all'oblio e all'ignoranza. L'importante, come sempre, è non illudersi. Ma provarci, quello sì.

martedì, settembre 18, 2007

Ripassino di storia per Jimmy Carter. E per quelli come lui

Con le menzogne sparate su Israele da Jimmy Carter e da quelli come lui, che in Italia sono tantissismi (e molto più ignoranti di Carter, ma come scusa non è valida), si potrebbe fare un film. Israele Stato razzista, Israele che crea un muro per imprigionare i poveri palestinesi, Israele che se si leva di mezzo risolve tutti i problemi del Medio Oriente, Israele che ha occupato terre arabe per espandere il proprio territorio...

Ci si potrebbe fare un film, e il Terrorism Awareness Project lo ha fatto. Dura cinque minuti, è chiaro ed essenziale, si vede a pieno schermo e non impalla il computer. I fatti contro le bugie. Qui sotto.

Jimmy Carter's War Against the Jews

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lunedì, settembre 17, 2007

Alla scuola privata "Hugo Chavez"

Ora tocca alle scuole private. Hugo Chávez ha appena annunciato che intende statalizzare gli istituti che rifiutano di adottare programmi e libri di testo imposti dal governo. Programmi e libri che, ovviamente, debbono magnificare il suo glorioso regime bolivarian-socialista. Tutto questo per creare «il nuovo cittadino», come lo ha chiamato Adan Chávez, ministro dell'Educazione nonché (toh!) fratello del guappo di Caracas. «Vogliamo creare collettivamente la nostra nuova ideologia, creativa e diversa», ha spiegato il surrogato venezuelano di Fidel Castro. Nuova ideologia collettiva. E non sai se pensare ai Borg o a Pol Pot.

Utili idioti che ancora lo difendete, dove siete?

Update del 18 settembre. Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, scrive sulla Stampa di oggi:
Ci preoccupano le modifiche che Chávez si appresta a fare nella Costituzione che cambieranno profondamente la natura dello Stato venezuelano e la distribuzione dei poteri. Tutto si concentra nelle mani del presidente: la strada imboccata è quella di uno Stato totalitario, con l’annullamento del bilanciamento dei poteri e la cancellazione dei corpi intermedi. Il nostro timore è grande, sia per i lavoratori venezuelani che per i cittadini italiani nel Paese, ma anche per le conseguenze che una simile deriva potrebbe generare negli altri Paesi dell’America Latina. Ecco perché la Cisl si pone tra quanti, oggi, richiamano l’attenzione della comunità internazionale sul destino del Venezuela.
Inizia adesso il conto alla rovescia: si attende il primo pirla che viene a raccontarci che la Cisl è al soldo della Cia.

Post scriptum. Su questo stesso blog: I prigionieri politici di Hugo Chavez.

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La favola del Maometto pacifista e femminista

Le figure di Gesù e Maometto, fondatori delle due più diffuse religioni del pianeta, sono oggetto di un processo di revisione che, incurante delle tantissime testimonianze storiche sui loro insegnamenti, tende a dipingerli come qualcosa di molto diverso da ciò che erano. Nascono così la favola new age del Gesù fricchettone confuso e quella del Maometto pacifista e femminista. Questo tentativo della moderna storiografia progressista delle religioni è esaminato bene nell'articolo "Jesus and Mohammad, Version 2.0", scritto da Raymond Ibrahim per la National Review.
Quando si tratta di "ricostruire" Gesù, gli accademici invariabilmente partono da due presupposti: che i Vangeli non fossero ispirati dall'alto e che gli eventi lì riportati non siano credibili. In altre parole, non solo gli accademici rifiutano il miracoloso, ma sospettano dell'intera narrazione, che a lungo è stata la fonte primaria per comprendere la natura di Gesù, anche in una prospettiva secolare. Senza rispetto per quanto Marco, Matteo, Luca e Giovanni hanno riportato delle frasi e delle azioni di Gesù; senza rispetto per l'antichità e l'autorità dei Vangeli, scritti appena poche decadi dopo gli eventi che descrivono; senza rispetto per il fatto che molti degli eventi storici descritti nei Vangeli combaciano con la storia romana del primo secolo; senza rispetto per tutto questo, molti "revisionisti" di Gesù hanno deciso che i Vangeli e il resto del Nuovo Testamento semplicemente non vanno bene per la loro accuratezza storica.

Preferiscono, al contrario, affidarsi a due fonti assai dubbie: ogni brandello di carta di altre scritture religiose e le loro stesse congetture. Oscuri documenti gnostici, che furono rifiutati, discreditati e abbandonati circa 2000 anni fa, o erano di così infima importanza che la chiesa di allora non era nemmeno al corrente della loro esistenza, diventano fondamentali. Attraverso i frammenti di queste pergamene, gli accademici possono leggere in Gesù ogni cosa essi desiderino.
Prendono piede così interpretazioni new age di Cristo e della prima Chiesa, nelle quali c'è posto anche per ogni possibile illazione sessuale. I recenti tentativi di dare dignità storica e teologica al Vangelo gnostico di Giuda, e la spettacolarizzazione che è stata fatta della riscrittura del Cristo nei libri di Dan Brown, specie ne "Il Codice Da Vinci", e nel kolossal che ne è stato tratto (ne ho scritto qui e qui lo scorso anno da Cannes), confermano che i confini tra storiografia accademica e cultura pop si stanno pericolosamente sbriciolando.

Discorso molto diverso è quello che riguarda Maometto. In questo caso, come scrive Ibrahim denunciando il «double standard» degli accademici progressisti, lo scopo è infatti «riabilitare e romanticizzare».
E' stato sottolineato, e per ottime ragioni, che non c'è persona dell'antichità che è stata meglio documentata di Maometto. Esistono letteralmente migliaia di pagine su ciò che i musulmani ritengono essere dichiarazioni e azioni attribuite al loro profeta. (...)

Basandosi solamente su queste fonti, che, vale la pena di ripeterlo, gli stessi islamici considerano di grande autorità, si possono riempire pagine elencando azioni impressionanti attribuite a Maometto: guerra condotta in modo aggressivo e senza alcun pretesto, esecuzioni di massa, assassini, bugie, furti, riduzione in schiavitù di donne e bambini, nonché matrimonio con una bambina di nove anni. E' il genere di calunnie che sarebbero state senza dubbio popolarizzate ed enfatizzate dai suddetti studiosi di Cristo se solo esistesse un pezzetto di pergamena nel quale si suggerisce che Gesù si sarebbe dedicato a simili pratiche. Ma quando si tratta di scrivere di Maometto, pochi sono gli studiosi che alludono a simili fonti autorevoli; al contrario, costoro spesso preferiscono nascondere ciò che esse dicono o minimizzare la loro autorevolezza.

Prendiamo, ad esempio, la questione della "jihad". I primi teologi dell'Islam conocordano all'unanimità che essa era semplicemente guerra offensiva condotta con lo scopo dichiarato di diffondere la dominazione islamica - un percorso indicato dallo stesso Maometto, e quindi dai suoi compagni, i califfi, che conquistarono buona parte del Vecchio Mondo in nome dell'Islam. C'è una buona ragione per cui nei primi lavori gli studiosi di lingua inglese hanno sempre tradotto "jihad" come "holy war", guerra santa.

Eppure la dissimulazione accademica va avanti. Più o meno nello stesso periodo in cui gli studiosi del Cristianesimo hanno iniziato a manipolare l'immagine di Gesù, i professori dell'islam hanno iniziato a insegnarci che il concetto che Maometto aveva della jihad non ha nulla a che spartire con la "guerra santa" (la quale, secondo lo stesso ragionamento, è stata invece inventata dai cristiani con le Crociate), ma ha piuttosto a che vedere con lo "sforzo interiore" - come il battersi per essere "uno studente migliore, un collega migliore, un miglior partner d'affari".
Analogo processo di "riscrittura" politicamente corretta dell'islam riguarda tutto ciò che nel corano e negli hadit (le frasi di Maometto cui ogni musulmano deve ispirarsi) sancisce l'inferiorità della donna rispetto all'uomo. Ad esempio il fatto che gli uomini possono prendere sino a quattro mogli e avere rapporti sessuali con le loro schiave catturate durante la jihad; il fatto che la testimonianza di una donna davanti a un tribunale valga la metà di quella di un uomo; la regola che assegna alle donne la metà dell'eredità riservata agli uomini; il fatto che gli uomini abbiano "autorità" sulle donne e possano picchiarle ogni volta che queste si comportano male. Pensate se una sola di queste norme (cui va aggiunta l'impossibilità per le donne di pregare, toccare il corano o entrare alla Mecca durante i giorni "impuri") fosse prevista nelle scritture sacre dei cattolici a che livello arriverebbero le accuse di misoginia mosse alla Chiesa di Roma dai suoi tanti nemici.

Qui il testo intero dell'articolo di Raymond Ibrahim.

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domenica, settembre 16, 2007

Clima, un convegno di cialtronate. Rassegna stampa minima

La conferenza sul clima organizzata a Roma da Alfonso Pecoraro Scanio e dal governo Prodi non è stata un convegno scientifico. E' stata una cialtronata. Lo dicono fior di scienziati, lo dice persino Prodi (Franco, fratello del premier, che di mestiere fa il climatologo).

Cristiani per l'ambiente ha curato una rassegna stampa minima dell'evento. Qui l'articolo del Corriere della Sera in cui Franco Prodi dice la banale verità, e cioè che il Pecoraro Show «non ha avuto niente di scientifico», che si è trattato di una conferenza «impostata male. Gli è stato dato un titolo e un'impronta scientifica, ma non è stato invitato nessuno scienziato. E hanno sbagliato a leggere i dati. (...) L'Italia è sempre in linea con il resto delle terre emerse. Hanno dato per scontato e misurato il contributo antropico all'aumento delle temperatura. Ma non è così: è assai probabile che ci sia il contributo dell'uomo nell'aumento della temperatura. Ma quantificarlo è, invece, il problema di questo secolo. E dare un messaggio distorto in questo senso è assolutamente nocivo perché blocca il desiderio dei giovani per la ricerca». Notare: pur dirigendo l'Istituto di scienze dell'atmosfera e del clima del Cnr, carica che ne fa automaticamente il maggior climatologo italiano, e pur essendo il fratello del premier, Franco Prodi non è stato invitato. Il motivo è chiaro: avrebbe rovinato la parata agli ecocastrofisti, che invece così hanno potuto lanciare allarmi infondati senza essere disturbati e chiedere una quota ancora maggiore dei nostri soldi per rallentare il libero mercato e lo sviluppo economico e industriale. Quando il problema del pianeta, invece, è il sottosviluppo di gran parte di esso (e la stessa cosa, mutatis mutandis, vale anche per il nostro Paese).

Qui l'articolo della Stampa in cui si illustra la teoria "controcorrente" (ma corroboratissima) di cinquecento scienziati che, incuranti di quello che gli può capitare, puntano il dito sull'attività solare e ci ricordano che il riscaldamento terrestre segue un ciclo di 1.500 anni. Come confermato, tra le altre mille cose, dalla presenza assidua di vigneti in Inghilterra, dei quali su questo blog si era parlato qui. Il verdetto è che «dalla fine dell'ultima era glaciale, 10mila anni fa, ci sono stati sei cicli e quindi una dozzina di periodi come quello che ora ci terrorizza e che una delle cause è legata alla variazione dell'irradiazione solare e alle conseguenze nell'atmosfera». Chi vuole saperne di più trova l'intero studio spiegato in un libro in vendita su Amazon.

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sabato, settembre 15, 2007

Giuliano Amato, i terroristi e lo pterodattilo

di Fausto Carioti

L'importante, prima di tutto, è capire bene con chi abbiamo a che fare. Nel marzo del 1993 Giuliano Amato, reduce dalla guida di un governo caduto sotto i colpi dagli avvisi di garanzia, pronunciò queste esatte parole: «Mi ritiro dalla politica. Non farò come certi che vorrebbero essere protagonisti del vecchio, del nuovo e del nuovissimo. Per cambiare dobbiamo trovare nuovi politici. Solo i mandarini vogliono restare sempre e io sono in Parlamento ormai da dieci anni». Quattordici anni dopo, Amato ha un seggio in Parlamento, dove è stato eletto nelle liste dell'Ulivo. Così l'ex giurista di fiducia di Bettino Craxi, che sempre perché non voleva fare il mandarino è anche ministro dell'Interno, ieri ha potuto regalare agli italiani un altro di quei ragionamenti che gli sono valsi il soprannome di "dottor Sottile". Ha detto, Amato, che gli sconvolgimenti climatici «possono fare più vittime del terrorismo». Ha aggiunto che per un politico dire certe cose «è un'eresia», ma lui, evidentemente, non ha paura di andare controcorrente (il coraggio del personaggio, in effetti, è ritenuto all'altezza della sua credibilità).

Amato parlava a un convegno sui mutamenti climatici e commentava un sondaggio dal quale emerge che la popolazione italiana e inglese tra i 18 e i 35 anni è più preoccupata per gli sconvolgimenti ambientali che per la minaccia terroristica. Dubitare è lecito: certi sondaggi sono fatti apposta per puntellare le tesi su cui si basa il convegno di turno. Andate a un meeting di dermatologia e vi mostreranno un grafico secondo il quale l'80% della popolazione teme più i brufoli dei proclami di Bin Laden. Chi però vuole prendere sul serio i risultati della rilevazione, come ha fatto Amato, ha buoni motivi per preoccuparsi, specie se di mestiere fa il ministro dell'Interno. Il fatto che la meglio gioventù italo-britannica veda come pericolo principale l'innalzamento della temperatura, piuttosto che un nemico il quale ogni settimana appare in video per giurare di sterminarci tutti, e si è già portato avanti col lavoro uccidendo migliaia di innocenti in posti come New York, Washington, Bali, Casablanca, Istanbul, Madrid, Beslan, Giakarta, Londra e Sharm el Sheikh, conferma nel modo più drammatico l'involuzione dell'Homo Occidentalis. Copiati e incollati a ripetizione sui titoli dei giornali e nei servizi televisivi, i luoghi comuni degli ecocatastrofisti, anche se privi di validità scientifica, hanno rimbambito le nuove generazioni al punto da fargli mettere in secondo piano pericoli letali e concreti come le bombe sui bus e nelle metropolitane. Un responsabile della sicurezza nazionale degno di questo nome avrebbe avuto ottimi argomenti per ricordare ai giovani quali sono i veri rischi che si trovano davanti. Amato no, lui ha preferito controfirmare la bischerata: ne uccide più l'effetto serra della jihad.

Per questo, ha attaccato il ministro, bisogna democraticamente «imporre all'ordine del giorno di governi e cittadini la questione ambientale», perché «se il riscaldamento del pianeta sia colpa dell'uomo o meno cambia poco». E invece cambia tutto. Il problema è proprio lì. Se esiste davvero una tendenza costante al riscaldamento terrestre, e se essa è dovuta all'azione dell'uomo - cioè al capitalismo con le sue industrie - e se riteniamo che l'innalzamento della colonnina di mercurio sia una iattura (che gli svantaggi di un moderato riscaldamento superino i vantaggi è tutto da dimostrare), allora ha senso sedersi attorno a un tavolo per discutere se dare un colpo di freno al progresso industriale. Ma se l'attività umana ha sul pianeta lo stesso effetto che ha una pulce sul pelo di un cane, allora bloccare il progresso, come chiedono buona parte delle sinistre occidentali e i loro scienziati improvvisati, sarebbe un suicidio.

Perché dare retta alle smanie di Alfonso Pecoraro Scanio ha un prezzo alto. Il trattato di Kyoto, che impone di tagliare le emissioni dei "gas serra" del 5% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2012, costerà solo alle imprese, secondo le stime di Confindustria, 500 milioni di euro l'anno. Per l'intera economia italiana, ha calcolato Global Insight, prestigioso centro studi americano, il costo annuale sarà di 27 miliardi di euro.

Eppure i dati storici certificano che il clima cambia - e di molto - senza alcun intervento da parte dell'uomo e delle sue industrie, ma a causa dell'attività del sole e dei vulcani. Tra il 1100 e il 1300 - ad esempio - le temperature furono ben maggiori di quelle odierne. Seguirono, dal 1400 al 1700, tre secoli di temperature assai inferiori a quelle attuali. Milioni di anni prima, i dinosauri si erano estinti senza che ci fossero ciminiere e fuoristrada. Se l'ultimo pterodattilo fosse morto ieri, oggi Amato e Pecoraro Scanio darebbero la colpa al buco nell'ozono.

Chi invece non si estingue mai, qualunque sia l'andamento della temperatura, sono proprio quei politici che puntellano in ogni modo le loro teorie allarmistiche, per quanto falsificate, per mungere sempre più soldi ai contribuenti. E Amato è la migliore dimostrazione di come certe specie riescano a sopravvivere senza problemi a ogni stravolgimento del clima politico.

© Libero. Pubblicato il 15 settembre 2007.

Da questo stesso blog, sul rapporto tra clima e azione dell'uomo:
Alla cortese attenzione del min. Pecoraro Scanio (e dei suoi addetti stampa)
Cambiamenti climatici e l’inganno del protocollo di Kyoto - 1a parte
Cambiamenti climatici e l’inganno del protocollo di Kyoto - 2a parte
Cambiamenti climatici e l’inganno del protocollo di Kyoto - Conclusioni
Negazionismo ambientalista
Il protocollo di Kyoto fa bene a chi non lo firma

Su Alfonso Pecoraro Scanio:
Al cabaret dell'Unione

Su Giuliano Amato:
Il topolino che voleva essere Rudolph Giuliani
Un ministro, tre scimmiette

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venerdì, settembre 14, 2007

Se Berlusconi cavalca l'antipolitica

di Fausto Carioti

Silvio Berlusconi ha passato l’estate con il dito alzato. Voleva capire da che parte tirasse il vento. Si è guardato attorno, quasi incredulo. Tutto quello che sentiva e vedeva gli dava una forte sensazione di déjà-vu. Quindi ha deciso, consultandosi con tutti, ma dando retta alla fine solo a se stesso, come fa sempre in questi casi. Ieri, davanti ai giovani di Alleanza nazionale, ha scoperto le carte. Quello che ha fiutato nell’aria, i segnali che ha letto nel Paese sono gli stessi che nell’inverno del 1993 lo convinsero a scendere in campo per cavalcare il forte sentimento antipolitico che montava tra gli elettori. Finì come sappiamo: asfaltò la sinistra e arrivò a Palazzo Chigi. Ora, quattordici anni dopo, il Cavaliere vuole replicare. È convinto che l’Italia di oggi stia nelle stesse condizioni di quella di allora: la classe politica è screditata, la sfiducia degli elettori nei confronti della casta è ai massimi storici e tutto è pronto per l’arrivo di un uomo nuovo che sappia sfruttare questo malcontento per vincere le elezioni. Berlusconi - e qui sta il bello - è convinto di essere questo “homo novus”.

In bocca a chiunque altro farebbe ridere: da allora il Cavaliere è stato per due volte a Palazzo Chigi, e ormai conta sulla groppa la bellezza di 71 primavere. Di sicuro non gli sarà facile ripresentarsi come il nuovo che avanza e indossare ancora i panni del campione dell’antipolitica. Eppure, se c’è uno che può riuscirci è proprio lui. Anche perché ha già messo in conto che dovrà versare un pegno. Il prezzo per ringiovanire di quattordici anni è il sacrificio della sua creatura, Forza Italia. Lui è pronto a pagarlo, e ieri lo ha detto senza giri di parole. Berlusconi ripartirà dai circoli, che Michela Vittoria Brambilla ha costruito in questi mesi. «Silvio spacca tutto», proprio come aveva scritto Libero l’8 settembre, facendo venire forti mal di pancia ai vertici di Forza Italia. I quali, per la loro gastrite, stavolta sono pregati di prendersela con il Capo.

Siccome, ogni volta che Berlusconi dice quello che pensa sull’argomento, poi si cerca di edulcorare il contenuto delle sue parole, vale la pena di mettere le cose nero su bianco. La diagnosi fatta ieri sera, innanzitutto: «Nel ’94 ci fu uno spirito di antipolitica. Oggi c’è ancora, Grillo e la sua gente ne sono la dimostrazione. Dobbiamo dare una risposta concreta». Questa risposta, piaccia o meno, sono i circoli della Brambilla, che Berlusconi definisce «la risposta non di Forza Italia, ma di tutto il centrodestra» allo stallo della politica. Ha accusato i colonnelli di via dell’Umiltà di avere paura «di perdere il cadreghino» davanti al partito unico di centrodestra. A Gianfranco Fini ha assicurato di aver messo a tacere ogni possibile obiezione interna: «Dentro ai partiti ci sono posizioni preminenti che che vanno superate. E io le ho superate». Per sancire il ritorno alla protesta, ha annunciato una immensa manifestazione per il 2 dicembre: la piazza (con lui a guidarla) contro un Palazzo sempre più traballante.

Si sa che esistono due Berlusconi. Uno è quello guascone, convinto di poter passare su ogni ostacolo come un Caterpillar, come fece con il povero Achille Occhetto nel ’94. L’altro è quello che, su pressione dei suoi consiglieri, si atteggia a politico navigato e non disdegna l’inciucio. Ieri si è visto il primo, magari oggi spunterà fuori il secondo. Ma se davvero il Paese di adesso assomiglia a quello del ’94, è inevitabile che nei prossimi mesi vedremo sempre più spesso il Berlusconi che ci ha fatto divertire di più.

© Libero. Pubblicato il 14 settembre 2007.

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giovedì, settembre 13, 2007

Alla cortese attenzione del min. Pecoraro Scanio (e dei suoi addetti stampa)

Giornalisti o addetti stampa di Alfonso Pecoraro Scanio? Il dubbio c'è. Va bene i quotidiani di sinistra. Ma che Corriere della Sera, Repubblica (che pur essendo quotidiano d'area ha tutti gli strumenti per svolgere un lavoro critico di tutto rispetto) e Stampa si siano ridotti a copiare e incollare in prima pagina i numeri sparati dal ministro verde dell'Ambiente, senza nemmeno non dico confutarli, ma almeno provare a metterli in discussione, dà parecchio da pensare sullo spirito critico della stampa italiana (senza guardare in casa mia, segnalo il lavoro fatto dal Messaggero, che ha voluto sentire le diverse campane).

Siccome su certi temi non si scrive mai troppo poco (vista anche l'insistenza degli ecocatastrofisti), faccio parlare ancora gli scienziati e pubblico l'appendice al libro "Verdi fuori, rossi dentro. L'inganno ambientalista", scritto per Libero-Free da Franco Battaglia, docente di Chimica Ambientale all'università di Modena e vicepresidente dell'Associazione Galileo 2001, e Renato Angelo Ricci, professore emerito all'università di Padova, presidente onorario della Società Italiana di Fisica e presidente dell'Associazione Galileo 2001. Occhio a dove si parla della nascita di «un nuovo tipo di giornalista: il giornalista ambientale, il quale attira tanta più attenzione quanto più catastrofista è la notizia che riporta». E' una frase che aiuta a capire i titoli di questi giorni.

Nel corso di stampa di questo manuale (maggio 2007) è uscito il Quarto Rapporto dell’International Panel on Climate Change (Ipcc), secondo cui il riscaldamento globale (RG) cui stiamo assistendo sarebbe, con grado di confidenza del 90%, colpa dell’uomo. Ci viene detto che i ghiacciai si sciolgono, il livello del mare si eleva, gli uragani imperversano e che sarebbe tutta colpa nostra. Ci viene detto che, al di là di ogni dubbio, siamo, noi uomini, la causa di eccezionali cambiamenti climatici in corso. Non siate terrorizzati: non è niente vero, ci dicono continuamente bugie. La verità è che quella del RG antropogenico è la più grande mistificazione globale degli ultimi 20 anni. Intendiamoci: il RG attuale è reale, nel senso che la temperatura media globale è, oggi, più elevata di quella non di 150 ma – e questo è importante – di 300 anni fa. Semplicemente non è la CO2 la causa di questo aumento.

L’effetto serra antropogenico (ESA) non è un’ordinaria teoria scientifica: essa è presentata dai media come se avesse l’autorità di una teoria scientifica consolidata dalle ricerche di una organizzazione scientifica internazionale, l’Ipcc. In realtà, l’Ipcc è un’organizzazione intergovernativa voluta dall’Onu e, come tutte le organizzazioni volute dall’Onu, è puramente politica, con numerosi esponenti, molti neanche scienziati, scelti dai politici che dettano le regole del gioco. Spieghiamoci meglio: noi autori di questo libretto siamo membri dell’American Physics Society (Aps) e della Società Italiana di Fisica (Sif); e, siamo tali non perché ci ha nominati qualcuno ma perché abbiamo svolto ricerca nel campo della fisica e abbiamo scritto articoli di fisica (così come uno è socio del club del golf perché gioca a golf). L’Ipcc, invece, è un organismo dell’Onu e i suoi membri sono nominati dai governi. Dov’è la differenza? Che se un rapporto della Sif o dell’Aps dicesse corbellerie di fisica, è la comunità dei fisici italiani o americani a perdere la faccia; se un rapporto dell’Ipcc dicesse corbellerie, a perderci la faccia non è alcuna comunità di climatologi, ma l’Onu e i governi nazionali. E Dio sa quanto entrambi sono sensibili alle perdite della faccia.

Cosi come Dio solo sa cosa mai abbia fatto l’Ipcc, in quasi 20 anni dalla sua istituzione, per onorare il proprio ruolo ufficiale, e cioè, come ne recita lo statuto, «stabilire, in modo completo, oggettivo, aperto e trasparente, le informazioni scientifiche, tecniche e socio-economiche rilevanti per comprendere le basi scientifiche dei rischi dei cambiamenti climatici indotti dalle attività umane». Una affermazione, questa, che dice tutto sul valore scientifico dell’Ipcc, essendo presupposto della sua esistenza il fatto, tutto da dimostrare, che le attività umane influenzino il clima; dovesse mai scoprirsi il contrario, ne conseguirebbe la morte dell’Ipcc. Un contrario che all’Ipcc non potrà mai scoprirsi, perché i suoi membri devono rispondere a chi li ha lì nominati, cioè ai politici che hanno già deciso che l’uomo influenza il clima.

Le conclusioni finali dell’Ipcc sono guidate dai politici, e le obiezioni di quegli specialisti che non concordano con quelle conclusioni e rifiutano di sottoscriverle sono semplicemente ignorate ma il nome di quegli scienziati appare ugualmente tra gli autori. L’esempio – uno fra i tanti – del prof. Paul Reiter dell’Istituto Pasteur di Parigi, noto studioso di malattie causate dagli insetti e membro dell’Ipcc è illuminante, come vedremo alla fine.

Ci dicono che il clima della Terra sta cambiando, quindi. Ma il clima della Terra cambia continuamente e nella storia della Terra furono innumerevoli i periodi sia più caldi che più freddi di oggi, con vaste aree coperte ora da foreste tropicali ora da grandi estensioni di ghiacciai: il clima è sempre cambiato, senza bisogno di alcun intervento dell’uomo. Osservando la temperatura del pianeta sino a circa 1000 anni fa, notiamo, dal 1400 al 1700, la piccola era glaciale, tre secoli di temperature ben inferiori a quelle attuali. E se andiamo ancora indietro nel tempo, ci fu, tra il 1100 e il 1300, il periodo caldo medievale, con due secoli in cui le temperature furono ben maggiori di quelle odierne. L’evidenza storica è inconfutabile: vi sono dipinti del 1600 raffiguranti la Laguna di Venezia e il Tamigi, ghiacciati, usati da pattinatori e attraversati da carri (l’ultimo festival sul Tamigi ghiacciato si ebbe nell’inverno del 1813-14); così come vi sono i racconti di Geoffrey Chaucer a testimoniare come nel XIII secolo i vigneti fiorivano anche nel nord dell’Inghilterra.

Andando ancora indietro nel tempo, sino all’età del bronzo, vi fu quel che i geologi chiamano massimo Olocenico con temperature per oltre 2 millenni di 2-3 gradi superiore a quella odierna, e ad essa ben sopravvissero gli orsi polari, della cui estinzione oggi ci si preoccupa contro l’evidenza che la loro popolazione è, oggi, più numerosa che nel secolo scorso.

L’idea che la CO2 sarebbe responsabile del RG del XX secolo è però in totale contraddizione coi dati reali. Il RG dell’ultimo secolo cominciò proprio nel 1700 – quando la popolazione mondiale era meno 1 miliardo, le automobili, gli aeroplani o i generatori di corrente elettrica non erano stati ancora inventati e l’industrializzazione assente – e proseguì fino ai primi decenni del Novecento, quando la popolazione era un terzo dell’odierna, la produzione industriale era ancora nella sua infanzia, limitata a pochissime nazioni e frenata dalle guerre e dalla depressione economica (si pensi che nel 1930 il numero di automobili era, nel mondo, inferiore al loro numero, oggi, nella sola Italia). Curiosamente, dal 1940 in poi il RG ebbe un arresto, con le temperature che diminuirono, non per uno o due anni, ma per oltre 3 decenni, sino al 1975: eppure, furono proprio quelli successivi alla seconda guerra mondiale gli anni testimoni del maggiore sviluppo industriale e di una crescita esponenziale della popolazione e della concentrazione atmosferica di CO2. Di più: le temperature ricominciarono a salire la china dopo il 1975, proprio in corrispondenza di un’altra recessione economica. Insomma, il RG dell’ultimo secolo è occorso in momenti diversi da quelli previsti dall’ipotesi della sua origine antropica.

Ma è occorso anche in luoghi incompatibili con quella teoria: se il riscaldamento a terra fosse dovuto all’aumento di gas serra in atmosfera, allora, per il meccanismo stesso dell’effetto serra, se ne dovrebbe osservare uno ancora maggiore ad alcuni chilometri sopra le nostre teste, ma né le sonde su palloni aerostatici né i satelliti osservano il riscaldamento atteso della troposfera. Un riscaldamento antropogenico, quindi, nei momenti e nei luoghi sbagliati.

Al Gore, presidente mancato degli Stati Uniti, ha recentemente prodotto un film con l’intenzione di diffondere informazione, a suo dire corretta, sull’intera questione. Egli fonda tutto il suo ragionamento su due fatti, entrambi veri: la CO2 è un gas-serra e, dalle misure eseguite sulle carote di ghiaccio estratte dai ghiacciai polari, si osserva correlazione tra le variazioni di concentrazione di CO2 occorse nel passato e le variazioni di temperatura. Ciò che Al Gore omette di osservare è che “correlazione” non significa “relazione di causa-effetto”. Per intenderci: esiste una forte correlazione tra il canto del gallo e il sorgere del sole, ma questo non sorge perché il gallo ha cantato. Più precisamente, le analisi sulle carote di ghiaccio estratte dai ghiacciai polari dimostrano, in modo inequivocabile, che quella correlazione esiste davvero, ma procede nella direzione opposta a quella che Al Gore lascia intendere: in tutto l’arco temporale (di estensione geologica) interessato da quelle correlazioni, le variazioni di temperatura precedono, anche di 800 anni, le corrispondenti variazioni di concentrazione di CO2. In altri termini, ogni aumento (diminuzione) di concentrazione di CO2 ha seguito e non preceduto il corrispondente aumento (diminuzione) di temperatura. Insomma, l’ipotesi fondamentale dell’ESA è, ancora una volta, contraddetta dai fatti: l’aumento di CO2 non può essere la causa del riscaldamento, né nel passato né oggi, ma, semmai, il riscaldamento causa un aumento di CO2 (oggi, naturalmente, la CO2 aumenta anche per cause antropiche).

Ma da dove sarebbe venuta, nel passato, la CO2 e, soprattutto, da dove il riscaldamento? La risposta alla prima domanda è facile. Premesso che la frazione antropica di CO2 è una piccola percentuale di quella da altri emettitori (i vulcani, ad esempio), i più potenti emettitori sono gli oceani, enormi serbatoi di CO2 in essi disciolta (di fatto, una buona metà delle emissioni antropiche è dagli oceani assorbita) e pronta ad essere immessa in atmosfera non appena la temperatura superficiale delle acque aumenta. Ma perché vi furono fino a 800 anni di differenza tra le variazioni di temperatura e quelle di concentrazione atmosferica di CO2? La ragione è che gli oceani sono così vasti e così profondi che hanno bisogno di centinaia d’anni prima di memorizzare, per così dire, l’avvenuta variazione di temperatura: osservare una variazione, ad esempio, oggi nell’oceano Atlantico, può significare che qualcosa è accaduto decine o centinaia d’anni fa in qualche remota parte di qualche altro oceano.

Cos’è allora che determina, oggi come nel passato, il riscaldamento? Anche qui, la risposta è semplice: bisogna innanzitutto essere consapevoli che tutte le attività degli oltre 6 miliardi di esseri umani sono un nonnulla rispetto all’attività di quel gigante, lassù nel cielo, che è il nostro sole. Le macchie solari sono, sappiamo oggi, intensi campi magnetici che appaiono durante periodi d’elevata attivitàsolare. Ma per secoli, e da molto prima che se ne conoscesse l’origine, gli astronomi ne hanno registrato il numero, e dai dati raccolti si può notare che nel periodo della piccola era glaciale, proprio in corrispondenza del minimo di temperature, tra il 1645 e il 1715, vi fu una drastica riduzione nel numero delle macchie solari (minimo di Maunder, dal nome dell’astronomo inglese che osservò la circostanza). Quanto il numero di macchie solari sia un attendibile indicatore del clima lo scoprirono il danese Friis-Christensen e i suoi collaboratori, che nel 1991 dimostrarono la stretta correlazione tra attività solare e temperatura globale in tutto il periodo compreso fra il 1860 e il 1990. Per escludere che quella correlazione fosse una semplice coincidenza, i ricercatori danesi andarono indietro nel tempo per altri 400 anni e, di nuovo, accertarono la stretta correlazione tra attività solare e temperatura globale.

Un’ulteriore conferma di quanto la CO2 sia ininfluente nella determinazione del nostro clima si ebbe nel 2005, quando geofisici di Harvard pubblicarono le registrazioni di temperatura artiche durante gli ultimi 100 anni e, con esse, le variazioni di concentrazione di CO2 e le variazioni di attività solare registrate indipendentemente da altri ricercatori: la correlazione tra quest’ultima e le temperature era perfetta, mentre nessuna correlazione si osservò tra le temperature e la CO2. Ancora una volta, l’inevitabile conclusione è che è il sole ciò che guida il nostro clima, mentre la CO2 è irrilevante.

Il sole influenza il clima non solo, direttamente, col suo calore ma anche, indirettamente, attraverso le nuvole, che hanno un potente effetto raffreddante. Le formazioni nuvolose a bassa quota si hanno anche grazie all’interazione del vapore acqueo dagli oceani con le particelle di raggi cosmici provenienti dall’esplosione di stelle lontane giunte alla fine della loro vita, per cui le molecole di vapor d’acqua colpite dai raggi cosmici diventano nuclei di condensazione da cui si formano le nuvole. Quando il sole è più attivo, cioè quando il campo magnetico da esso è più intenso, i raggi cosmici (che sono particelle elettricamente cariche) sono maggiormente deviati da quel campo magnetico: ne consegue un più debole flusso cosmico cui corrisponde una minore formazione di nuvole e quindi un maggiore riscaldamento. La potenza di questo effetto è diventata chiara solo recentemente, dopo che si sono confrontate, nel corso degli anni, le temperature globali con il flusso di raggi cosmici, scoprendo, ancora una volta, una stretta correlazione tra temperatura globale e flusso cosmico: la prima aumenta ogni volta che il secondo diminuisce, e viceversa. Insomma: il clima è controllato dalle nuvole, queste sono controllate dal flusso di raggi cosmici a sua volta controllato dall’intensità del campo magnetico dal sole, cioè dalla attività della nostra stella.

In conclusione, la congettura antropogenica del RG dovrebbe essere oggi considerata pura speculazione metafisica sconfessata dai fatti reali.

Interessi politici ed economici della favola del riscaldamento globale antropogenico

Ma perché mai, allora, sebbene l’ipotesi di lavoro dell’effetto serra antropogenico (ESA) si sia rivelata totalmente priva d’ogni fondamento, ne siamo ancora tutti bombardati come se fosse un fatto indiscutibile? Per comprendere come una congettura errata abbia potuto mantenere intatta la sua potenza mediatica dobbiamo sapere come essa nacque. Negli anni Settanta del secolo scorso, dopo 3 decenni di raffreddamento globale, si cominciò a temere, come già detto, per una imminente era glaciale, fino al punto che qualcuno avanzò la stravagante idea che essa si sarebbe potuta evitare con l’immissione volontaria di CO2 in atmosfera, ma non ebbe il tempo di essere ascoltato perché, nel frattempo, le temperature cominciavano ad aumentare di nuovo. Tuttavia, furono quelli, anche, anni di recessione economica, col prezzo del petrolio alle stelle e grandi sommosse tra i lavoratori del carbone. In Inghilterra, Margaret Thatcher, preoccupata per la sicurezza dell’approvvigionamento energetico del proprio Paese e, evidentemente, poco fiduciosa sia verso i petrolieri del Medioriente che verso i sindacati dei lavoratori delle miniere di carbone, pensò fosse proprio dovere sostenere la causa del nucleare. La preoccupazione che la combustione di combustibili fossili potesse elevare la temperatura del pianeta sino a metterne in pericolo il clima cadeva proprio a fagiolo, e così, molto tempo prima che l’effetto serra diventasse una preoccupazione globale, la Thatcher trovò in quella preoccupazione la possibilità di un’ottimo sostegno alla causa pro-nucleare che aveva deciso di sposare. Decise così di allocare consistenti fondi in ricerche che in qualche modo “dimostrassero” i rischi dell’immissione di gas-serra in atmosfera, una decisione che suggellò il legame tra la politica e l’ESA; un legame che, inevitabilmente, promosse enormi flussi di denaro nel settore della climatologia, purché, però, fosse inequivocabile l’enfasi sulla relazione tra CO2 e clima. Fu così possibile la nascita dell’Ipcc, il cui Primo Rapporto, del 1990, ignorando completamente le conoscenze più accreditate della climatologia, inclusi gli effetti del vapore acqueo, delle nuvole e del sole sul clima della Terra, “prediceva” ciò che i politici volevano predicesse: il disastro climatico come conseguenza dell’immissione in atmosfera della CO2.

Agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso l’ESA non era più un’eccentrica idea di un gruppo ristretto ma una vasta e fiorente propaganda politica. Fatto che incrementò l’attenzione dei media, che, a sua volta, incrementò il flusso di risorse: in pochi anni, il solo budget annuale americano sulle ricerche dei cambiamenti climatici salì da 200 milioni a 2 miliardi di dollari (oggi è di quasi 4 miliardi). Si crearono nuovi “posti di lavoro”, occupati da persone prive di alcuna competenza specifica nel campo della climatologia, ma che traevano di che vivere da un poderoso budget che a sua volta ingigantì vieppiù la propaganda politica, in un vortice senza fine. Il mondo della ricerca non era escluso da questo vortice: condizione necessaria per vedere finanziati progetti di ricerca nei più disparati rami dello scibile era rivendicarne l’importanza nel contesto dell’ESA. Oggi le università abbondano di corsi di matematica ambientale, fisica ambientale, chimica ambientale, biologia ambientale, geologia ambientale, ingegneria ambientale, economia ambientale, diritto ambientale e così all’infinito: è nato un intero corpo dello scibile scevro di contenuti scientifici ma esuberante di politica. Gli studenti di questi corsi spesso non hanno alcun interesse per la scienza, una scienza inventata dai politici, e il loro unico scopo è acquisire un patacca che gli consenta di parlare ai politici e influenzare la politica. Allo stesso modo sono nati i movimenti ambientalisti: i loro esponenti sono quasi sempre digiuni degli elementi di base della scienza, della fisica, della chimica, e gli scienziati, i fisici, i chimici, i biologi, sono i loro nemici, a meno che non accondiscendano, compiacenti, alla congettura dell’ESA.

Una gran parte delle risorse di ricerca allocate sull’ESA ha foraggiato la stesura di corposi modelli di calcolo per prevedere il clima del futuro. A chi scienziato non è, i modelli al computer sembrano scienza rigorosa, inducono stupore e incutono rispetto. La verità è che, per compiacere i finanziatori, gli autori di questi modelli ignorano l’influenza del sole, del vapore acqueo e delle nuvole, e assumono tutti, direttamente o indirettamente, che le emissioni antropiche siano il principale responsabile dei cambiamenti climatici. Gonfiando a dismisura le emissioni antropiche di CO2, quei modelli hanno prodotto scenari climatici senza alcuna connessione con la realtà delle cose, scenari che ci dicono, ad esempio (si veda il recente Quarto Rapporto dell’Ipcc), che da qui a 100 anni la temperatura globale si eleverà da un minimo di 0.3 oC ad un massimo di 6.4 oC e il livello dei mari si eleverà da un minimo di 18 cm a un massimo di 59 cm. Ma è importante notare che gli scenari non sono previsioni e che i modelli dipendono da numerosi parametri, variando i quali si può ottenere tutto e il contrario di tutto. Gli scenari sono la quintessenza del catastrofismo: sono previsioni di cose che accadrebbero sotto condizioni altamente improbabili. Ecco un esempio di scenario: se domani andate a fari spenti nella notte contromano in autostrada per 100 km, allora avrete il 90% di probabilità, domani, di subire un incidente. Un’affermazione del genere non giustifica naturalmente la conclusione che domani avrete il 90% di probabilità di subire un incidente, per la semplice ragione che non andrete a fari spenti nella notte contromano in autostrada, neanche per 1 metro, né domani né mai. Eppure, i media spacciano gli scenari per previsioni sensate.

Inoltre, se seguendo con un modello gli effetti dello scioglimento di un ghiacciaio i risultati dicessero che nulla accadrebbe di interessante, allora quei risultati non sarebbero neanche degni di pubblicazione. Se invece, variando opportunamente i parametri del modello, lo scioglimento del ghiacciaio “predicesse” un qualche disastro climatico, allora quella “previsione” diventerebbe interessante per la pubblicazione, non solo in un normale quotidiano, per sua natura interessato alle notizie sensazionali, ma anche nelle riviste scientifiche, le quali contengono così solo quei risultati “interessanti” che, a loro volta, tanto più sono drammatici tanto più facilmente attirano l’attenzione dei media. L’ESA ha insomma fatto nascere un nuovo tipo di giornalista: il giornalista ambientale, il quale attira tanta più attenzione quanto più catastrofista è la notizia che riporta. Ad esempio, qualunque testo elementare di meteorologia insegna che la principale causa di violenti eventi meteorologici è la differenza di temperatura tra i tropici e i poli. Gli stessi testi insegnano che quando la temperatura globale è più elevata quella differenza è meno accentuata e, quindi, minori sarebbero quegli eventi violenti. Ma ciò non viene detto, perché a dirlo si sarebbe poco catastrofisti, cioè, alla fine, poco interessanti. Un altro esempio: veniamo terrorizzati che anche un minuscolo aumento di temperatura globale potrebbe causare catastrofici scioglimenti dei ghiacciai, ma la storia del clima della Terra non giustifica questo terrore, come insegna il caso della Groenlandia, che nel passato ha goduto di temperature ben più alte di oggi senza che i ghiacciai si siano sciolti. E ancora: i media riportano le repentine rotture dei ghiacci, suggerendo essere, esse, una conseguenza dell’ESA, ma non dicono che i ghiacci si muovono costantemente e oggi, grazie ai satelliti, possiamo seguirne i movimenti, con conseguenti rotture che sono eventi tanto frequenti quanto lo sono le foglie che cadono in autunno. I media riportano anche la prospettiva di un rapido aumento del livello dei mari. Il livello dei mari cambia continuamente a causa di due principali fattori: un fattore locale, che consiste nella variazione di dislivello tra il mare e la terraferma, spesso dovuto a movimenti della terraferma stessa; e un fattore globale, che più che per lo scioglimento dei ghiacci è dovuto all’espansione termica delle acque, un’espansione che è la risposta a variazioni di temperatura occorse, magari, centinaia di anni prima. Un altro motivo di terrore legato all’ESA è la possibile diffusione verso elevate latitudini di malattie tropicali, come la malaria. Ma la malaria non è una malattia tropicale: quando il Prof. Reiter, membro dell’Ipcc, fece notare che le zanzare sono abbondanti anche ai poli e che una delle più devastanti epidemie di malaria occorse in Siberia negli anni Venti del secolo scorso, con milioni di casi l’anno per diversi anni e con un totale di 600.000 morti, le sue osservazioni non furono recepite nella stesura dei rapporti dell’Ipcc, rapporti ove si inventò di sana pianta l’idea che la malaria avrebbe devastato zone della Terra sempre più a nord e ove si può leggere che «le zanzare che trasmettono la malaria non sopravvivono a temperature invernali inferiori ai 16-18 gradi». Per non vedere il proprio nome infangato con informazioni errate, il prof. Reiter chiese di essere cancellato dalla lista degli autori di quei rapporti, ma fu accontentato solo dopo aver intrapreso una formale azione legale. Il caso di Reiter non fu un caso isolato.

Purtroppo, la Thatcher non aveva previsto che la criminalizzazione della CO2 faceva comodo anche a quella moltitudine di individui e organizzazioni contrari ad ogni forma di industrializzazione, cui fu così fornito il capro espiatorio unico di tutte le loro proteste: la CO2. Lo sviluppo era stato reso possibile grazie al petrolio, al carbone (e, più tardi, al gas), la cui combustione produce energia, acqua e CO2. Escluse le prime due per ovvie ragioni, il nemico comune divenne la CO2: essere contro la CO2 significava essere contro il progresso industriale, il progresso economico e, alla fine, contro gli Stati Uniti d’America, artefice primo di quel progresso. L’antiamericanismo era naturalmente un modo d’essere antecedente ogni movimento ambientalista, ma con la caduta del muro di Berlino e con l’inconfutabile evidenza del totale fallimento delle ideologie di sinistra chi era contro gli Usa, per non trovarsi orfano, per così dire, della propria causa, ha trovato naturale abbracciare la causa del RG d’origine antropica che era, di fatto, un RG d’origine americana: la guerra all’America e al capitalismo diventò di fatto la guerra all’effetto serra.

L’avvento di nuove tecnologie per produrre energia sta dando un nuovo e più forte impulso alla isteria contro la CO2: le turbine eoliche e i pannelli fotovoltaici (FV) consentono di produrre energia elettrica senza immettere gas serra in atmosfera. Purtroppo, queste tecnologie, interessanti da un punto di vista accademico, sono un totale fallimento sia tecnicamente che economicamente. L’energia è un bene di cui l’uomo si serve quando ne ha bisogno e non quando soffia il vento o brilla il sole, per cui né le turbine eoliche né i pannelli FV hanno alcuna speranza di contribuire, se non per pochi punti percentuali e con costi colossali, all’energia di cui l’umanità ha bisogno. Ad esempio, per soddisfare i vincoli del solo protocollo di Kyoto l’Italia dovrebbe installare pannelli FV per 800 miliardi di euro: soddisferebbe lo stesso quei vincoli se spendesse 30 miliardi e installasse 9 reattori nucleari. Ma i movimenti ambientalisti combattono anche il nucleare, con la conseguenza che, in nome della lotta alla CO2, si gonfiano le tasche dei venditori di turbine eoliche e di pannelli FV senza che da questi la società riceva nulla in cambio: combattendo il presunto ESA e foraggiando l’impossibile energia solare altro non stiamo facendo che scavarci la fossa con le nostre stesse mani.

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mercoledì, settembre 12, 2007

A cosa servono i blog: un esempio

E va bene che è ingenuo e spesso ridicolo partecipare alla retorica dei blogger puri e coraggiosi contro i mainstream media che manipolano le notizie come vogliono loro. Però leggere Giulia che da New York fa le pulci alla corrispondente del Corriere della Sera, riducendola in brandelli, è libidine pura.

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Guatemala, Guatemala...

Quando in Italia era prassi quotidiana riempirsi la bocca con il Guatemala, gli Squallor, che già allora avevano capito molte cose (sicuramente più dei compagni), lo mettevano in rima con "Maremma maiala". Che deve essere più o meno quello che ha pensato ieri il premio Nobel per la pace Rigoberta Menchù, una delle più grandi bufale mai apparse sullo scenario terzomondista (e l'elenco è lungo). Si è andato a votare per le presidenziali e la Menchù ha preso il 3 per cento. Il che la dice lunga su quanto sia meritata la considerazione che l'Italia riserva ancora a certi personaggi. Qui il Manifesto la definisce sobriamente «coscienza critica del Guatemala». Di peggio è riuscito a fare solo Il Secolo, confermando tristemente il complesso d'inferiorità di una certa destra. Maremma maiala, appunto.

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lunedì, settembre 10, 2007

I professionisti dell'anti-Ogm

A conferma che la terza narice, nel terzo millennio, ha un inconfondibile colore verdastro, Mario Capanna lancia oggi la sua nuova campagna contro gli Ogm. Al suo fianco, ci fa sapere Repubblica, la Acli, le Coop, Slow Food... Ho scritto "nuova campagna", ma in realtà è quella di sempre: la crociata ambientalista dà modo a Capanna di continuare a mantenere nel mirino le multinazionali, il profitto, lo sviluppo tecnologico, la modernità.

Al di là delle considerazioni politiche, resta un dato di fatto innegabile e importante: la campagna anti-Ogm fa presa su una larga parte della popolazione perché fondata su toni emozionali ("la sicurezza non è mai abbastanza, signora mia"), che attecchiscono anche grazie a una ignoranza diffusa sui temi scientifici. La rubrica "Forse non tutti sanno che..." potrebbe essere riempita per centinaia di pagine dalle lacune che abbiamo noi italiani, anche sui dati scientifici più semplici. Persino riguardo a quello che troviamo sulle nostre tavole.

E qui veniamo al dunque. Per saperne un po' di più, anche sull'uscita di Capanna e dei suoi compagni, qualche lettura può aiutare. Qui, sul sito ecologista Greenplanet, trovate l'intervento "in partibus infidelium" di un giovane scienziato, Dario Bressanini, per demistificare molti luoghi comuni sugli organismi geneticamente modificati e rimediare a un minimo dell'ignoranza diffusa in materia. In fondo alla pagina web ci sono i link ad altri suoi interventi, sempre sul sito Greenplanet, spesso seguiti da obiezioni, repliche e controrepliche. Tutto molto civile e molto interessante (due cose rare). Copio e incollo le sue conclusioni (ma il ragionamento che le precede merita di essere letto per intero):
Se state leggendo questo articolo conoscete a menadito tutte le obiezioni agli Ogm. Provate a fare le stesse obiezioni alle piante mutate: deve valere anche per loro il "principio di precauzione"? Dobbiamo aspettare di essere sicuri al 100% prima di utilizzarle? Come facciamo ad essere sicuri che non facciano male? Possono essere dannose? Sappiamo dove è stato modificato il genoma di una pianta bombardata con raggi Gamma o raggi X? Vi basta la spiegazione un po' imbarazzata che "tanto le radiazioni sono naturali"? La domanda che mi faccio è "perché da parte dei professionisti anti-Ogm non vi è opposizione a queste tecniche?" La risposta è banale: perché non c'è la cattiva multinazionale da combattere, perché non si accresce il consenso politico, perché non conviene, perché non si attraggono fondi. Credete ancora che le varie organizzazioni avversino gli Ogm per proteggere la vostra salute e quella dell'ambiente?
Bressanini è titolare della rubrica "Pentole e Provette" sul mensile "Le Scienze", e questo è il suo blog, dedicato alla scienza in cucina.

Sugli Ogm, lettura consigliata è anche il libro "Verdi fuori, rossi dentro. L'inganno ambientalista", pubblicato da Libero-Free e scritto da due scienziati di primissimo livello: Franco Battaglia, docente di Chimica Ambientale all'università di Modena e vicepresidente dell'Associazione Galileo 2001, e Renato Angelo Ricci, professore emerito all'università di Padova, presidente onorario della Società Italiana di Fisica e presidente dell'Associazione Galileo 2001. Il capitolo sul protocollo di Kyoto lo trovate su questo stesso blog, in tre puntate: 1, 2 e 3.

Merita davvero, infine, il libro scritto per Einaudi dalla brava Anna Meldolesi: "Organismi geneticamente modificati. Storia di un dibattito truccato".

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giovedì, settembre 06, 2007

Good stuff on the Web

Non sono tra gli entusiasti di tutto ciò che ha a che vedere con la blogosfera (qualche motivo della mia diffidenza ho provato a spiegarlo qui). Il blog di Enzo Reale, 1972, invece fa decisamente parte del migliore 5% dei blog. Il suo reportage dalla Birmania è qualcosa che è difficile trovare su una rivista patinata, figuriamoci sul Web. L'invito è di leggerlo. E' arrivato alla ottava puntata (magari quando leggete questo post sarà già andato oltre, come spero). Qui trovate le puntate 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7 e 8.

Già che ci sono, segnalo il bel lavoro che sta facendo su Asia News il teologo Samir Khalil Samir riguardo al caso di Mohammad Hegazi, il giovane egiziano convertito al cristianesimo (Magdi Allam ne ha scritto qui e qui). Tre suoi articoli sono utilissimi per capire bene le ragioni più profonde di quanto accaduto: Il caso Hegazi: l’ossessione dell’Islam per le conversioni; Il caso Hegazi: proselitismo islamico e cristiano; Il caso Hegazi: un disegno mondiale di conversione all’Islam?

E con questo, buona lettura e buon fine settimana a tutti. Ci vediamo lunedì. A Dio piacendo.

mercoledì, settembre 05, 2007

Ripresa parlamentare e autunno caldo: video intervista a Schifani e Vito

Lunedì 3 settembre, a Frascati, alla Summer School della Fondazione Magna Carta, il sottoscritto ha fatto una lunga intervista pubblica ai due capigruppo di Forza Italia, Renato Schifani (Senato) ed Elio Vito (Camera). Il tutto è stato registrato, come al solito, da Radio Radicale. Si è parlato, tra le altre cose, di: tenuta del governo Prodi, partito democratico, referendum, legge elettorale e possibili accordi con la sinistra, Michela Vittoria Brambilla, partito delle Libertà, Finanziaria, tesoretto, riconteggio delle schede.

Chi proprio non ne può fare a meno fa clic qui sotto e si segue l'intero confronto.



Qui per vedere il video dal sito di Radio Radicale.

Qui per la versione solo audio.

Il materiale è messo a disposizione da Radio Radicale secondo quanto previsto dalla licenza Creative Commons 2.5 Italy.

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Sindacati complici del governo Prodi, ecco numeri e prove

Certe cose succedono solo con i governi di centrosinistra. Basta mettere in fila pochissimi numeri appena diffusi dall'Istat per capire che ruolo svolgano i sindacati confederali quando al governo ci sono i loro amici.

Nel mese di luglio gli stipendi sono cresciuti dell'1,8% rispetto allo stesso mese del 2006. E' il record negativo degli ultimi anni: è dal 2003 che le buste paga dei lavoratori dipendenti italiani non crescevano a un ritmo così basso (ma allora le conseguenze furono ben diverse, come vedremo tra poco).

Sempre a luglio, la quota di dipendenti in attesa di rinnovo del contratto nazionale è risultata pari al 72,3% (sì, quasi tre su quattro hanno il contratto scaduto), mentre nel luglio del 2006 in questa sgradevole situazione si trovava il 39,3% dei dipendenti. L'attesa media dei lavoratori italiani per il rinnovo contrattuale ora è pari a 8,0 mesi. Anche in questo caso, un anno fa andava decisamente meglio: nel luglio del 2006 i lavoratori dipendenti stavano aspettando il contratto, in media, da 3,1 mesi.

Dunque: aumenti salariali ridotti al minimo e rinnovi contrattuali che si fanno attendere sempre di più. Ci sarebbero tutti gli ingredienti per innescare forti proteste sindacali. E invece - sorpresa - i sindacati sono più mansueti che mai. «Nel periodo gennaio-maggio 2007», certifica lo stesso comunicato dell'Istat, «il numero di ore non lavorate per conflitti (originati dal rapporto di lavoro) è stato di 824.000, il 63,4% in meno rispetto al corrispondente periodo del 2006».

Facendo due conticini sulle serie storiche degli scioperi si scopre che, a fronte delle 824mila ore scioperate nei primi cinque mesi del 2007 (e con la difficile situazione salariale e contrattuale che si è vista), nei primi cinque mesi del 2006 (ai tempi del governo Berlusconi) le ore di sciopero erano state 2.253.000, 2.691.000 nel periodo gennaio-maggio del 2005, 2.723.000 nel periodo gennaio-maggio del 2004 e 2.702.000 nel periodo gennaio-maggio del 2003.

Le segreterie confederali, insomma, hanno smesso di indire scioperi e di portare in piazza le rivendicazioni salariali delle categorie che pretendono di rappresentare, preferendo esprimere le loro preoccupazioni rilasciando interviste ai giornali. A Cgil, Cisl e Uil, quando al governo c'è il centrosinistra, spetta dunque il ruolo della camomilla. O della vaselina, se si preferisce.

Qui l'intero comunicato dell'Istat su "Contratti collettivi, retribuzioni contrattuali e conflitti di lavoro"
Qui le serie storiche (file Excel compresso)

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martedì, settembre 04, 2007

Islam e autocensura, ennesima puntata

Ulteriore conferma di come l'establishment occidentale dei media sia impegnatissimo a mettersi la museruola da solo, e usi nei confronti della religione islamica un rispetto e una cautela che non si sogna di adoperare per il cristianesimo.

Stavolta protagonista è Opus, notissima striscia satirica americana che appare sul Washington Post, quotidiano collocato nella zona moderata della sponda liberal. Il 26 agosto e il 2 settembre il Washington Post si è rifiutato di pubblicare nella sua edizione cartacea la striscia settimanale di Opus, poiché la protagonista, Lola, alla perenne ricerca di nuove mode spirituali esotiche, stavolta ha deciso di diventare una estremista islamica. Il dialogo che appare nella striscia contiene anche alcuni (velatissimi) doppi sensi a sfondo sessuale.

La striscia, racconta Fox News, è stata mostrata dalla redazione del Post ad alcuni islamici, i quali sono rimasti turbati dalle vignette. Da qui, oltre che dai noti precedenti danesi, la decisione della direzione di non mandare in stampa la striscia e di renderla visibile unicamente online.

Il gesto appare ancora più vigliacco alla luce di quanto deciso il 19 agosto, quando la vignetta di Opus che prendeva in giro il predicatore cattolico conservatore Jerry Falwell, scomparso di recente, è stata regolarmente pubblicata. Scelta giustissima, ma che non può non essere raffrontata con quella presa sette giorni dopo. Il combinato disposto delle due opposte decisioni editoriali spiega la posizione prona dei media occidentali nei confonti dell'intolleranza islamica meglio di mille commenti.

Hat tip: Cox & Forkum.

Sullo stesso argomento, i post più recenti su questo blog:
Il velo islamico sì, l'anello cristiano no
L'olocausto a scuola non è islamicamente corretto

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